Vita da santa nella Roma umbertina

Laura Novelli

La Corsia Sistina del Complesso Monumentale di Santo Spirito in Saxia è un corridoio lungo 60 metri e alto 15 che conserva intatta la memoria della sua storia lacerata e dolorosa. Non a caso è proprio qui che domani sera - in unica replica - lo Stabile della Calabria diretto da Geppy Gleijeses presenta uno spettacolo intimamente legato al passato di questo luogo per tanti versi misterioso. «Suor Agostina (ovvero Chi ha assassinato la Suora che gridava il Vangelo?)» è infatti un lavoro che, disegnato scenicamente da Roberto Guicciardini a partire dall’omonimo testo dell’autore reggino Rodolfo Chirico, rievoca un fatto di vita «ospedaliera» sospeso tra cronaca nera e afflato spirituale. Al centro dei fatti la vicenda di una giovane religiosa, beatificata da Paolo VI e in seguito canonizzata da Giovanni Paolo II, che venne barbaramente uccisa - siamo nel 1894 - da un malato di tubercolosi cui ella aveva prestato cure e assistenza. Nei panni di Suor Agostina troviamo Marianella Bargilli (noto volto televisivo già da qualche anno impegnata con successo nelle produzioni dello stabile di Crotone e vista di recente in «Pigmalione» al fianco dello stesso Gleijeses), mentre ad interpretare Giuseppe Romanelli, il controverso omicida, c’è Paolo Triestino, attore quanto mai duttile e incisivo. «Mi sono divertito molto a fare questo ruolo - racconta - perché quanto raccontiamo in scena non ha nulla di agiografico e possiede, anzi, tanti aspetti di curiosità e modernità. Soprattutto perché il nudo fatto di cronaca diventa qui un pretesto per riflettere sul confine spesso labile che separa il Bene dal Male, sul dolore, sulla difficoltà di mettere in comunicazione chi soffre e chi vi si accosta facendosi portatore di un messaggio di fede».
In fondo anche Romanelli, passato alla storia come uno sciagurato assassino, potrebbe essere visto come un martire, un povero disgraziato colpito dalla malattia e dalla sofferenza che fa fatica ad accettare le amorevoli cure di una «serva di Dio» prodiga di bontà, sorrisi consolatori, parabole evangeliche: «ci sono molti passaggi del testo in cui emerge con intensità questo scontro di umanità, di principi etici, di valori esistenziali. Avere fede è un grande dono, è una fortuna, direi, ma a Romanelli non può bastare sentirsi rassicurato sull’aldilà; è un uomo, un uomo che soffre enormemente e la sua laicità mi sembra sintomatica di tensioni molto moderne».
Lungi da toni realistici e didascalici, la regia di Guicciardini («una sorta di oratorio laico scarno e lineare, che fa leva sugli attori e su un bel gioco di luci») scandaglia il testo proprio in questa direzione, tanto che alla fine la figura del violento pugnalatore «non dico che venga assolta ma in qualche modo viene compresa alla luce della sua sconsolata sfiducia nel divino».
A sostegno di questa tesi per così dire «esistenzialista» e moderna possiamo porre proprio il contesto storico e sociale in cui si radica il fatto, perché «il delitto di Romanelli è in fondo un’espressione eclatante delle tante problematiche che la Roma postunitaria si trova a dover affrontare. È logico che dopo secoli di oppressione papale, la città viva un momento di deciso anclericalismo, che si traduce, per esempio, nell’imposizione di eliminare tutti i crocefissi dagli ospedali». Ed è altrettanto logico che questa Roma martoriata dalle epidemie e dalla tisi guardi dubbiosa alla serenità della caritatevole Suor Agostina. Insomma, c’è il rischio che Romanelli alla fine risulti persino un eroe: «Beh, proprio un eroe no - conclude Triestino, che a breve inizierà le riprese del film Family Game e l'anno prossimo interpreterà ancora una volta il fortunato Muratori di Edoardo Erba - anche se non posso negare che una certa simpatia la ispiri».
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