La vita si gioca su un tavolo da biliardo

Chissà come reagirebbero dei giocatori di biliardo - nei piccoli paesi sono figure proverbiali esattamente quanto il prete, o il farmacista - se qualcuno provasse a convincerli che il loro passatempo è forse l'unica operazione umana debitrice tanto della fisica galileiana quanto della meditazione zen. Con un paio di irriferibili improperi, temiamo. Eppure non c'è dubbio che nella geometria delle biglie, nei loro schiocchi sonori e perfettamente prevedibili si nasconda la stessa verità che inebriava Galilei quando sosteneva che il mondo «è scritto in lingua matematica».
Qui, per essere ammessi al magistero del re della stecca Cirillo, e dunque sperare di dominare un giorno «... quelle geometrie perfette che paiono rimettere in riga le cose» bisogna superare una prova talmente giapponese che il biliardo, con tutta la sua vellutata numerologia, precipita nell'incantesimo, nel miracolo. A Dino, il protagonista dell'ultimo romanzo di Pietro Grossi (L'acchito, Sellerio, pagg. 199, euro 12) dovrà riuscire l'impossibile: far tornare la biglia esattamente nel punto dal quale è partita. Non un millimetro più avanti, non un millimetro più indietro.
Purtroppo non si vive di solo biliardo ed anche Dino ha un lavoro, un mestiere sentimentale, direbbe Gaetano Cappelli: fa l'acciottolatore, in altre parole lastrica le strade con i ciottoli. Come sentimentale è il mestiere della moglie Sofia, che fa la sarta. Geometrie elusive, quelle dei ciottoli, che nessuna formula può addomesticare e che solo l'occhio o il fiuto, o una qualsiasi delle facoltà che gli uomini dividono con gli animali, riescono a padroneggiare. E la vita? Assomiglia di più ad un caotico acciottolato o ad un logico tavolo da biliardo?
Dopo il felice esordio di Pugni, Pietro Grossi ci conduce nel mondo schietto e laconico di una provincia che nella migliore delle ipotesi va rapidamente scomparendo, ma che qua e là si ostina a respingere eroicamente ciò che Borges, alludendo alla rumorosa mancanza di senso delle città, chiamava «la prolissità del reale». Rumore è il progresso («Arriva l'asfalto!») che costringe Dino a ricoprire il nobile selciato con un'onda di volgarissimo, puzzolente bitume. Come rumore è l'aritmia esistenziale, l'inciampo sincopato che scatena la catastrofe finale.
È bravo, Grossi, e ha talento. Forse il paese dell'Acchito non esiste, e forse non è mai esistito; a tratti, poi, si fatica a perdonargli le troppe cadute nel bozzetto, dalla fioraia au grand coeur all'immigrato che storpia l'italiano. Ma è apprezzabile il tentativo, in gran parte riuscito, di giocare con un tema che ha un piede nella riflessione filosofica più raffinata (dal principio di indeterminazione alle teorie del caos) e un altro, direbbe magari lui con beffardo accento toscano, nelle tenebre della nostra pellaccia.