La vita spericolata di Washington King il primo nero che volle farsi presidente

Era il novembre 1960. In America la benzina costava 30 cent al gallone e le adolescenti perdevano la verginità sulle note di Love me tender, illudendosi di darla a Elvis Presley. Liz Taylor era al quarto dei suoi otto matrimoni, quello con il cantante Eddie Fisher, e nella corsa alla Casa Bianca se la vedevano John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon. Finì nettamente a favore del primo, con 303 voti elettorali contro 219. Ma di un soffio in quelli popolari: il 49,72% scelse il sorriso di JFK, mentre il 49,55% si fidò di quel repubblicano dalla faccia triste come un basset hound.
Queste sono cose che ancora in tanti possono ricordare. Quasi nessuno ha invece memoria di un certo Clennon Washington King, all'epoca quarantenne, ma soprattutto primo nero d'America candidato alle presidenziali. Proprio nel '60, quasi mezzo secolo in anticipo su Barack Obama - che doveva ancora nascere - ma anche prima degli altri 37 afroamericani che dopo di lui, nel tempo, ci avrebbero provato. Gli andò com'era immaginabile per uno sconosciuto che perdipiù - in quegli anni! - aveva un colore di pelle un po' scomodo. Non arrivò ultimo, ma undicesimo su dodici, portando al Partito Indipendente Afro-Americano, da lui fondato, 1.485 voti popolari.
C'è però un luogo dove di lui esiste ancora memoria. Perché è una memoria fresca, roba degli anni Novanta. Quel luogo è Overtown, un quartiere di Miami troppo anonimo per permettersi le palme e troppo a buon mercato per trovarci le sventole che sculettano a South Beach. Lì, i più anziani, parlano di Clennon Washington King come di quello che incurante delle sfumature di culto si qualificava al tempo stesso «reverendo e rabbino». Oppure «His Divine Blackness», Sua Divina Negritudine.
Ricordano anche la sua «Chiesa di Tutte le Fedi per la Missione Divina», per lui casa e bottega. Un dormitorio per poveri cristi sotto un viadotto dell'Interstate 95: tre piani divorati dalle termiti, gravati da 792 violazioni edilizie e in perenne vibrazione per via del sovrastante traffico. Ma a Overtown ricordano soprattutto la sua campagna del '96, per la carica di sindaco di Miami, in cui King sosteneva «ho Dio come manager e la mia vita come piattaforma elettorale».
E c'è chi ride ancora rivivendo l'unico comizio di quel vecchio nero dai capelli bianchi, presentatosi in tuta da palestra, sandali infradito e con le labbra dipinte di rossetto fucsia perché - diceva - «lo usavano anche i faraoni». Rammentano anche l'altra campagna, quella del '93, per un seggio alla Commissione della contea Dade, conclusa da buon ultimo con 56 voti. E citano parola per parola l'unico volantino, fotocopiato e diffuso dallo stesso King: «Fino a ora lo avete sempre preso in quel posto da tutti i grandi furboni. Bene, martedì 16 marzo 1993 è la volta di votare per un negro pazzo».
Era il riferimento a un episodio del '58, quando King aveva presentato domanda di assunzione come professore all'università del Mississippi. I numeri professionali, quelli non gli mancavano. Discendente di una delle più influenti e benestanti famiglie afroamericane di Albany, in Georgia, King era un eruditissimo e apprezzato docente in svariate materie, dalle lettere all'egittologia, pur se poi puntualmente licenziato per iconoclastia dalle prestigiose università che lo avevano ingaggiato. Peccato però che quello scelto da lui fosse lo stesso ateneo iper-razzista, al 100% bianco, dove alcuni anni più tardi, nel '63, la sola iscrizione di uno studente nero - John Meredith - resa possibile dalla legge sull'integrazione voluta da Kennedy, avrebbe scatenato una sanguinosa reazione ispirata dal Ku Klux Klan: due morti per una matricola. Figurarsi un professore…
Così, per quella domanda di assunzione, King era stato ricoverato e giudicato insano di mente. «Solo un negro pazzo - certificarono i dottori - avrebbe potuto fare una simile richiesta». Una diagnosi che per lui era diventata «bandiera», addirittura arma elettorale, insieme con la predisposizione a provocare e a violare le regole. Lo aveva fatto ancora nel '78, cercando di integrare i neri nella «bianchissima» chiesa Battista di Plains, città natale dell'allora governatore della Georgia Jimmy Carter (di lì a poco eletto presidente); e sempre nello stesso anno cercando di iscriversi alle elezioni per il Congresso della Florida con un assegno di 3mila dollari risultato poi scoperto.
Insomma, forse qualcosa di vero c'era, in quella diagnosi dei medici del Mississippi, considerato che genio e follia a volte coincidono. Del resto già nel '60, poche settimane dopo la sua inutile corsa alla presidenza, Washington King si era reso protagonista di un'ennesima mattana: il tentativo di rapire i sei figli avuti dalla terza moglie (ne sposò in tutto quattro) che lo aveva citato per inottemperanza all'obbligo degli alimenti. Liberato su cauzione, era fuggito alla custodia iniziando a girare tra Canada, Giamaica, Portorico, Europa, Messico, Libia ed Etiopia. Poi, di colpo com'era scomparso, sei anni dopo era riapparso consegnandosi alla polizia. Finendo per altri quattro nel penitenziario californiano di San Quintino. Ovvero in un luogo tanto lontano da Washington. E infinitamente diverso da quella Casa Bianca che si era permesso di sognare.