«La vita sregolata di Adriano? Ero peggio di lui e cambiai»

«Se cambia di testa diventa immarcabile. Per questo mi arrabbio: i giocatori pensano che basti la qualità. Moratti stravede per lui... il calcio sarebbe migliore con più presidenti così»

Riccardo Signori

Mancini, un anno e mezzo di Inter. A qual punto è la sua storia nerazzurra?
«C’è una cosa che ho in testa da quando sono all’Inter: vincere. Non so a qual punto sono io, spero solo che le cose vadano avanti bene. Credo di aver fatto un buon lavoro, però bisogna vincere scudetto o Champions. Solo così avranno più valore anche coppa Italia e Supercoppa. Oggi sono messi lì. Se vinci, conti 4 trofei in 2-3 anni».
Domenica il quinto derby. Finora non ha mai vinto. Un peso o una macchia?
«Sarebbe un peso se il Milan ci fosse stato superiore in tutto. Ma il Milan non è stato superiore e non ha meritato di vincerne tre su quattro. Sono state partite molto equilibrate. Quindi è una macchia, che si può cancellare solo vincendo».
Invece l’ultimo derby è stato una macchia per il calcio...
«Credo che in qualunque partita dovrebbe prevalere sempre la gioia di vedere il calcio, uno spettacolo. Spero che questa volta il derby sia bello, divertente, tranquillo. Però che vinca l’Inter».
Indipendentemente da questo campionato, Inter e Milan tornano al derby dopo aver subito le delusioni della scorsa stagione. Siete pari?
«No, la delusione milanista è stata peggiore. So cosa vuol dire perdere una coppa dei Campioni in finale. Perderla come l’hanno persa loro è enorme. La nostra delusione è stata più dilatata nel tempo. Purtroppo in queste delusioni bisogna riconoscere anche il bello del calcio e della sua imponderabilità».
Faccia una prima sintesi: finora cosa ha dato Mancini all’Inter?
«La squadra è migliorata molto. Ma può migliorare ancora. Si può fare di più. Spero soprattutto che la squadra abbia recepito il mio pensiero sul calcio».
E cosa ha imparato Mancini?
«Qui s’impara molto. Sono venuto in una grande società, una delle più gloriose e importanti al mondo ed è diverso tutto: impatto con società, tifosi, stampa. Un altro mondo».
C’era chi diceva: Mancini non ha abbastanza esperienza per l’Inter...
«Mah! Il mio pensiero sugli allenatori è questo: ci sono tecnici bravi, che sanno di calcio, come mettere la squadra in campo, allenano bene, danno personalità e impronta. Ci sono quelli meno bravi, ma che sanno gestire bene il gruppo. Poi ci sono quelli che non sanno molto. Ma tutti commettono errori perchè si fanno scelte, si gestiscono uomini non macchine. Magari uno va bene in settimana, poi alla domenica ti tradisce. Non è così semplice. Magari studi un cambio per una ragione, poi il calcolo si rivela sbagliato. Tutto fa parte del mestiere».
In questi mesi forse non è cambiato il suo credo calcistico, però si è vista qualche correzione di rotta...
«Una squadra può vincere perchè gioca meglio o gioca di più in attacco come piace a me. Ma in Italia tutto questo non è così vero. Bisogna speculare sui risultati. Pensi in un modo, ma poi ti adegui a quello che credi giusto per vincere. Cerchi di seguire la logica».
L’Inter è una società piena di turbolenze. Ne ha capito la ragione?
«Da fuori ti dicevi: ma come è possibile? Poi, quando sei dentro, capisci che i problemi arrivano davvero e da tutte le parti. Chissà se vincevamo scudetti, cosa ci avrebbero fatto. Ogni volta succede qualcosa. La realtà è che qui sono tutti troppo bravi e gentili e gli altri ne approfittano».
A proposito di turbolenze: Adriano non diventerà un secondo Ronaldo, dal punto di viste delle abitudini?
«Quando hai grandi giocatori qualcosa rischi. Non conosco Ronaldo, che è stato uno dei più grandi al mondo e lo è ancora nonostante il ginocchio. Adriano è giovane, se capisce la fortuna che ha, ed ha avuto, può fare un salto di qualità, soprattutto nella testa. Ma lo deve capire lui, arrivarci da solo. Dipende da lui, non da altri. È in una grande squadra e può farla vincere. I tifosi lo amano, Moratti stravede».
Moratti stravede anche per Recoba. Però... Illusioni e niente più.
«Recoba non ha capito di avere una enorme fortuna. Forse è ancora in tempo per dare una gioia a un uomo che lo ama e lo ha amato. Calcisticamente, è ancora in tempo perchè ha 29 anni. Ma doveva farlo molti anni prima. La storia del calcio è piena di giocatori che avevano tutto e non hanno fatto niente. Non capiscono che non c’è nulla di più bello del giocare a pallone».
Anche lei, da giovane, ha rischiato di buttarsi via. Ed ora si arrabbia con i giocatori.
«Vero. Quando avevo 16 anni, Burgnich, che mi ha fatto esordire nel Bologna, mi dava consigli giusti. Per questo mi arrabbio con i giocatori: uno, a 40 anni, dice certe cose perchè quello che fanno loro, io l’ho già fatto. Ed anche di più. Andare in giro la notte, rientrare alle sei del mattino eppoi allenarsi: l’ho fatto! Non allenarsi seriamente perchè pensi ad altro? L’ho fatto!».
E la sua storia come è finita?
«Che dopo quattro-cinque anni, intorno ai 22, ho cominciato a capire. Mi sono detto: qui sto facendo qualche stupidaggine di troppo. Quando mi sono dato una regolata ho iniziato ad essere uno dei migliori giocatori. Talvolta pensi che ti bastino le qualità e la gioventù per risolvere tutto. Ma non si vince da soli. Ed oggi è peggio perchè si gioca ogni tre giorni».
Qui, all’Inter, quale giocatore l’ha stupito di più?
«Cambiasso. Al Real aveva davanti grandi giocatori e non si è espresso. Mi sembrava strano che lasciassero andare uno così importante per noi. Come poteva esserlo per il Real. È stato bravo, all’inizio non giocava, si è fatto sempre trovare pronto e si è adattato presto al calcio italiano».
Il giocatore con il maggior margine di crescita?
«Adriano ha fatto vedere ancora poco. Deve sfruttare le sue qualità al cento per cento, ma servono tante cose: vita sana, allenarsi seriamente. Con la potenza che ha, Adriano è immarcabile, può segnare uno-due gol a partita».
Si parla di stranieri: lei sarà ricordato come il tecnico che ha fatto giocare l’Inter senza italiani. Le spiace?
«No, perchè? Da vecchio, sarà un bel ricordo. Non è stata premeditata. Non c’ero arrivato. Me lo ha fatto notare Paolo Rossi a fine partita. Uno pensa che sono giocatori dell’Inter. Tante squadre in Europa usano 10 stranieri».
Non sarebbe meglio avere uno zoccolo duro italiano?
«Come allenatore sono d’accordo: meglio avere un’anima italiana, ma non è così semplice. Gli italiani bravi sono pochi e chi li ha se li tiene. Un gruppo italiano serve per spiegare agli stranieri i nostri usi e costumi».
Un pensiero su Moratti...
«Vorrei evitare ruffianerie e quindi dico: se il calcio di oggi avesse più presidenti che, come lui, pensano e amano il calcio, i propri giocatori e la bellezza di una partita. Se ce ne fossero di più con questo tipo di sentimenti, non ci sarebbero quasi più problemi».
Detto questo, dove porta la via di Mancini?
«Conta vincere e non posso disperdere le energie per pensare ad altro. Prima bisogna raggiungere un successo ed anche in fretta. Non si può stare cinque-sei anni, qui non c’è la possibilità. Bisogna arrivarci subito: in questi mesi».
Ma l’Inter può ancora vincere lo scudetto?
«Bisogna crederci sempre. Ho perso un campionato quando avevo 7 punti di vantaggio, ne ho vinto uno partendo da 9 punti di svantaggio a 6 giornate dal termine. Certo, questo è un torneo troppo debole, dispersivo, con partite scontate: colpa delle 20 squadre. E la Juve va forte. Ma se succede che perde due partite di fila come l’anno scorso... Non si può buttare l’occasione».