La vita del taccheggiatore dilettante raccontata da un giornalista-Lupin

Il libro trafugato dallo scaffale che sporge ben visibile dalla tasca, l’arrivo dei carabinieri, l’umiliazione della perquisizione

Luciano Gulli

Ho un debito con il supermercato Standa di Barzanò di 137 euro e 60. Sono soldarelli che ho raggranellato strada facendo, mettendo insieme il controvalore di certe mie piccole ruberie. Un cacciatorino oggi, un taleggio domani; talvolta un paio di calze e delle pile; talaltra un pezzo di parmigiano, le pile, un libro, uno shampoo, dei sottaceti. Un crescendo. Un malaffare di piccolo cabotaggio di cui ho tenuto una puntigliosa contabilità. Taccheggio, si chiama. Restituirò tutto, ci mancherebbe. Compresi i 60 centesimi. Si placherà infine lo sdegno della cassiera con i capelli fiammeggianti che per mesi mi ha guardato con disprezzo, ingoiando rabbia. E riguadagnerò la stima di Emanuele, il macellaio, e di Ivan, il salumiere, che mi hanno trattato sempre con affettuosa simpatia e impeccabile professionalità.
Non ero male come ladro. Ma non ci sono tagliato. Ho scelto anni fa di fare un altro mestiere. Lo stress è lo stesso, ma si rischiano meno male figure.
L'altro giorno finalmente mi hanno preso. C'erano i carabinieri di Cremella che mi aspettavano fuori, avvertiti ovviamente dal personale. Perquisito. L'automobile ispezionata in ogni anfratto, smontata perfino la ruota di scorta, l'occhio lungo del milite (che sa il fatto suo ed è una bellezza vederlo all'opera) fin nel vano motore. Il sottoscritto costretto a spogliarsi in caserma come un talebano diretto a Guantanamo. Via perfino i calzini (forse certi ladri occultano tra le dita dei piedi delle lamette, delle forcine, dei dadi per brodo, vai a sapere); le mutande calate fino al ginocchio, col carabiniere scelto Ceccato Diego e il carabiniere ancora senza aggettivi Fucilli Francesco che lumavano attentamente in direzione dei genitali, altro nascondiglio d'elezione, va da sé. Su un tavolinetto, la refurtiva saltata fuori dalle mie tasche: un libro, un salame, 194 grammi di prosciutto crudo, uno spicchio di caciocavallo silano. Valore complessivo: 36 euro e 34 cent. Son soldi, oggi come oggi.
Un mariuolo di 56 anni fatti e finiti, giornalista di lungo corso, quattro figli a carico. Ladro. Ma si può? «L'è quel là che l'han ciapà i beduìn, il giornalista», diceva una donna anziana indicandomi a un'amica che mi guardava a bocca aperta, mentre i carabinieri mi portavano via. Voleva dire di quella volta che fui catturato dagli irakeni, a Bassora, e a Barzanò (5 mila abitanti scarsi: il paese dei Cazzaniga, i falegnami-arredatori più celebrati della Brianza) la cosa fece un certo rumore. Non sono molti, gli inviati di guerra, a Barzanò. Finisci per essere notato.
Erano almeno due mesi che cercavo di farmi prendere. Ma il personale, che mi conosce e sa chi sono, faceva finta di niente. Il saluto si era un po' raffreddato, ovvio. Quando passavo alle casse le commesse tenevano gli occhi bassi, imbarazzate, a disagio, e facevano filare sul lettore ottico le cose che acquistavo regolarmente come fossero stati pezzi di lava. Tranne una, una rossa pallida e collerica, stufa di vedere queste sedicenti persone perbene che la fanno franca ma ligia evidentemente agli ordini, che erano evidentemente quelli di non fare scandalo. Alla fine, in un certo senso, li ho costretti. Perché quando è troppo è troppo. Adesso la refurtiva è su un tavolinetto, e il carabiniere scelto Ceccato Diego mi osserva con un sorrisino, un sorrisino...
Il lettore si domanderà: perché? La risposta è che volevo provare sulla mia pelle, e tentare poi di descriverlo, quel che passa o è passato nell'animo dei Tanzi, dei Ricucci, dei Gardini, dei pezzi grossi della politica e della finanza (e degli sventurati senza nome: persone comuni, vicini di casa, conoscenti) che un bel giorno finiscono nei guai, con le mani dei carabinieri addosso, per peccati che ai loro occhi appaiono veniali (sempre appaiono veniali, a gente moralmente tiepida, quando giocano con la roba degli altri e non corre sangue). La mortificazione, lo sconcerto, la vergogna, l'amor proprio in frantumi, il nome nella polvere, certo. E come affrontare la famiglia, gli amici, i figli. E se non sia meglio farla finita, come taluni hanno scelto, sopraffatti dalle macerie morali e da un oscuro, urgente bisogno di autopunizione. Questo lo sanno, lo immaginano tutti. Non c'è bisogno di andare a rubare, si dirà. Ma c'è qualcosa di più, che volevo vedere da vicino, e che ora conosco: è lo smarrimento totale, la riduzione a nullità, a preda di chi ti ha acciuffato e ti guarda come cosa sua, e tu che ti sentivi una persona stimata, apprezzata, ben voluta magari, ti sei trasformato in dieci secondi in una specie di fagiano senza diritti. Faran di te quel che vorranno, nelle cucine. Credete: è atroce. E non vale la pena.
I giornali, compreso questo, si sono occupati di recente del fenomeno crescente dei furti nei supermercati. Sono milioni di euro che se ne vanno ogni anno. E sono infrenabili. Io li conosco, li annuso da lontano, i ladri che si aggirano nei super. Hanno tutti un'aria svagata, come di chi cerca una cosa che non trova. Non sono solo anime inquiete, poveri di ritorno, bisognosi che vorrebbero il salmone e non se lo possono permettere o impiegatine ingolosite dalle uova di lompo o dal pâté di olive, ma a 5.80 al vasetto, come si fa... La maggior parte di essi cerca un po' di brivido a poco prezzo; sono mossi dal gusto della beffa, della trasgressione, della sfida; dalla libidine di averla fatta franca, essudando un po' di adrenalina, appena al di là della cassa. Dopo un po' diventa un'abitudine, una mania, una dipendenza. I taccheggiatori accumulano roba che non gli serve neppure. È una guerra senza quartiere tra guardie e ladri (dove le guardie hanno anch'esse un'aria svagata e spingono spesso un carrello) cui i supermercati non danno troppa pubblicità perché produce cattiva pubblicità. Così mi hanno detto. La tabe dunque si diffonde.
Nei mesi in cui questo tema mi ha incuriosito ho conosciuto una pensionata delle Poste che aveva una passione per il tonno «Consorcio». È uno dei più cari. È buono. Scivola facile in tasca. Ne imboscava una al giorno, di quelle grossette, da 5 euro e 19. Smise (ora è passata ai funghi secchi) il giorno - eravamo entrati in confidenza - che le domandai a bruciapelo: «Ma quante ne avrà a casa?».
«Saran vinticinq...».
«E che ci fa con tutto ’sto tonno?» («Ma poi - dice mia figlia Miranda, che ha 6 anni - come fa a piacere un tonno con il sorcio dentro?»).
Per farmi prendere ce l'ho messa tutta. Ultimamente mi sono dato anche un'aria da fuori di testa. Non mi pettino. Monto una divisa da depresso: maglione di shetland antracite, da prete operaio, senza camicia. Ho un paio di pantaloni di velluto, col cavallo a penzoloni e una cacciatora anch'essa di velluto che ha conosciuto stagioni migliori.
L'altro giorno - il giorno in cui ho deciso che la storia era durata abbastanza - ho cominciato al mattino, infilandomi in tasca due confezioni di calze da bambina. Sapevo che mi avevano visto, ma anche stavolta non era successo niente. Allora sono tornato qualche ora dopo. Ho preso platealmente, davanti alla cassiera, l'ultimo libro di Niccolò Ammaniti (un malloppo rilegato di almeno un chilo che mi conferiva un'andatura vagamente appoppata, visto che me lo sono infilato nella tasca posteriore della cacciatora), e ho puntato dritto sul banco della macelleria. Mi sono lamentato con Emanuele, il simpatico macellaio palermitano, dell'altezza delle sue costate. Me ne sono fatte tagliare due più grosse. Ma quando ho avuto l'involto tra le mani l'ho lacerato e sono andato a farmelo rattoppare con la pellicola trasparente dalla salumiera a cui avevo chiesto il salame e il prosciutto (ma il salame e il prosciutto che mi aveva dato un momento prima, nel cestino che le tenevo davanti agli occhi non c'erano già più). Poi sono tornato al banco della macelleria e ho rimesso a posto le due bistecche «rattoppate» col cellophane. Quando rialzo la testa e mi guardo intorno vedo che finalmente c'è un po' di animazione. La vice direttrice confabula col macellaio e con la cassiera, due dipendenti vanno e vengono. Qualcuno è al telefono. Io aspetto ancora un po', per essere certo che la cosa accada. E accade.
«Patente e libretto», dicono i due carabinieri che con la loro Punto mi impediscono di fare marcia indietro, all'uscita. Che succede, domando? «Un normale controllo», dice uno dei due. Mente. «Lei ha fatto la spesa?», domanda subito dopo. «Ci fa vedere lo scontrino?» Eccetera. Vogliono perquisirmi. Chiedo che, per decenza, la pratica si svolga in caserma. Vengo accontentato. Ma accanto a me sale uno dei due militi. Chissà che non voglia tentare la fuga. E siccome sul sedile del passeggero c'è un coltellino da cucina (contavo di fare un giretto a funghi, è tempo di chiodini, e in macchina ho stivali bastone e cestino) eccomi inguaiato anche per il coltello, che sarà depositato (leggerò fra poco su un verbale) «presso l'Ufficio corpi di reato dell'Autorità giudiziaria di Lecco». Lunghezza della lama, che un carabiniere misura scrupolosamente con un righello, cm. 9,5. «Posso fumare?» domando mentre guido. «No, non può. La distrae dalla guida», risponde con professionale sollecitudine il milite.
Ecco: non sono più il professionista, la persona stimata che in paese conoscono tutti. Sono prigioniero. Da questo momento devo obbedire, come è giusto che sia. Sieda qui, sieda là. Ora non fumi, ora può fumare. Apra la macchina, chiuda la macchina, vuoti le tasche, giù i pantaloni, e le calze, e le mutande. Diventi. Uno si sente schiantato, annichilito, perso. È una tecnica. I carabinieri (Dio ce li conservi come sono) la conoscono alla perfezione. Un camorrista se ne frega, anche se vola una sberla. Con uno di noi, gente comune che scambia una scorciatoia criminale per una furbata, e scopre con orrore che è esattamente come quelli che lui disprezza, quando li vede passare al telegiornale con un giornale sul viso o una maglia, e i ferri ai polsi, funziona di brutto. E non vale la pena. Lo dirò alla tipa che lavorava alla Posta, quella del tonno col sorcio, se è rimasta nel ramo.
Costernato, in caserma mi accoglie il brigadiere capo Antonio Gentile. Mi conosce. È di Bovalino, calabrese come me. Mi dà del voi, come usa dalle nostre parti. È un duro, Gentile. Viene da una terra di carabinieri tosti, come il padre di Corrado Alvaro, e di briganti. Non siamo più compaesani. Non siamo più niente. L'ho deluso, si vede. Mi tratta con un impeccabile rigore, Gentile. «Vi conviene dire tutto, nel vostro interesse - mormora con occhi abbuiati -. Siete sicuro che non c'è altro?». Mah, non mi pare, biascico. «E le calze di stamattina?» Ah, già, le calze. Mi accompagnerà a casa un carabiniere, per recuperarle. Chiedo che venga in borghese, per non dare nell'occhio. Acconsentono. Professionali, corretti, distaccati. Mi viene voglia di abbracciarli, per quanto sono bravi.
Quando esco dalla caserma vado dritto al supermercato. Le due bistecche che mi ero fatto tagliare apposta sono ancora lì. Le hanno riconfezionate, ma son loro. Emanuele, il macellaio, però è già andato via. Ero venuto per spiegargli, per scusarmi del trambusto, per anticipargli sottovoce il «dietro le quinte» della sceneggiata. Mi metto sotto braccio le bistecche ed esco contento (dopo averle pagate, s'intende). Ho una storia da raccontare. Forse anche un messaggio da lanciare (è il primo. Mai lanciati messaggi prima d'ora) all'esercito di ladri che ci circonda. Vi guardano. Vi prenderanno. E non vale la pena. In auto, butto le bistecche sul sedile accanto. Le guardo. Filo verso casa, ridendo come un ebete. Penso alla faccia che faranno al super, e in caserma, quando vedranno questa storia stampata sul giornale.