La vita? È tutta un Mondiale

Metti di poter raccontare la tua vita, e quella di tutti gli altri, a colpi di Mundial, di partite mitiche. Sì perché quei giorni lì, quelli costellati di azioni al cardiopalmo, di brutte sconfitte e di bellissime vittorie, sono indimenticabili. Di loro ci resta in mente tutto, anche quel bla bla di contorno che, alla fine, conta molto di più dei gol e del fischio dell’arbitro?
Perché? Perché c’è un Paese che si ferma, che piange, ride, si abbraccia o si maledice. Ecco allora che Dario De Marco, classe 1975, nel suo romanzo d’esordio Non siamo mai abbastanza (66thand2nd, pagg. 222, euro 14) decide di raccontarci la sua vita usando la sequenza dei mondiali che l’hanno scandita, come fossero tante polaroid. E queste istantanee un po’ distorte, come sempre è una fotografia quando viene scattata da vicino, ricostruiscono un percorso che non è solo quello di De Marco (giornalista free-lance eternamente sospeso tra Napoli e Torino) ma quello di una generazione di trentenni (per fortuna non tutti TQ, letterariamente parlando) che inizia a rendersi conto che ormai è costretta a fare i conti col tempo: «sono più i mondiali che ho vissuto di quelli che si sono fatti prima che nascessi». Ecco allora che De Marco ci fa rimbalzare tra Italia-Argentina 1-1 del 1974 (stava nella pancia della mamma e ascoltava il padre professore lamentarsi dei colleghi ideologizzati a sinistra che facevano il lavaggio del cervello agli studenti) e la brutta sconfitta con la Slovacchia all’ultimo mondiale sudafricano (3 a 2) che viene raccontata con piglio onirico e dissacrante (ma non vogliamo rovinare il finale ai lettori).
In mezzo tra questi due flash da novanta minuti c’è di tutto: Moro, Causio, L’Uomo tigre, i compiti estivi, i vecchi televisori con lo schermo che sfarfalla, le liti tra parenti, Battiato e il jazz sperimentale, la difficoltà di crescere che è sempre meglio della difficoltà di restare piccoli... E se il difetto di molti romanzi italiani è l’essere troppo ombelicali, nel caso di De Marco il problema non c’è, il suo ombelico è largo come uno stadio da Mondiale.