Le vite degli altri non sono tutte uguali

Caro Paolo Granzotto, non essendo, purtroppo, né ricco, né «sinceramente democratico» e neppure passando le mie serate a leggere Kant, ma ahimè, facendo io parte del popolo stupido che non capisce di cosa ha bisogno e cosa gli conviene, non riesco a capire la differenza che passa fra le intercettazioni che riguardano il nostro presidente del Consiglio e quelle che il film Le vite degli altri ci ha mostrato l’altra sera in tv, se non quella (sinceramente e democraticamente trascurabile) che le seconde non venivano date in pasto ai giornali, ma ascoltate e visionate nelle segrete stanze. Può illuminarmi? Grazie da un affezionato dell’«Angolo».
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Guardi, caro Mattei, che sotto sotto lo ammette anche uno come Michele Santoro, che è ricco, che è «sinceramente democratico» e che ovviamente passa le sue serate a leggere Kant. Egli infatti ha insinuato che nella proiezione su Raidue di Le vite degli altri ci fosse lo zampino delle forze della reazione (sempre in agguato). Parole che si sarebbe ben guardato dal pronunciare se a suo avviso mancasse una relazione tra il film e la realtà dell’inchiesta della procura milanese. La verità è che quando uscì nel 2006 il film fu accolto con estremo favore anche dai critici di parte «sinceramente democratica» (parlar male della Ddr non è come ammettere le colpe dell’Unione Sovietica, pratica assai più dolorosa e se proprio non necessaria, evitata dalla sinistra) che non lesinarono inchiostro per condannare l’uso inquisitorio e illiberale del controllo spionistico, soprattutto dei fatti privati. Tant’è che un quotidiano molto attento alle libertà e alle emergenze democratiche - La Stampa della famiglia Elkan - vi fece subito riferimento in un commento: «Ma la cosa peggiore, quella che mette i brividi - vi si leggeva - è il pedinamento, lo spionaggio, la violazione della privacy, quindi la messa alla pubblica gogna, il sottinteso avvertimento “guarda che ti controlliamo”. Una cosa che avevamo visto solo al cinema. Ad esempio ne Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, un capolavoro. Ambientato a Berlino Est. Roba da comunisti». Tutto questo sdegno, però, non era diretto alla dilagante prassi giudiziaria delle intercettazioni, cui seguiranno gli appostamenti e i pedinamenti. Ma andò sprecato, diciamo pure, per condannare un video di pochi minuti, mandato in onda da Canale 5, che ritraeva il giudice Raimondo Mesiano mentre usciva da casa, passeggiava per le vie di Milano e attendeva il proprio turno dal barbiere.
Naturalmente La Stampa e altre testate con la medesima fisima dell’«emergenza», democratica o morale poco conta, si guardano bene dall’avvicinare in maniera esplicita Le vite degli altri a una faccenda forse più seria della passeggiata del giudice Mesiano: lo spionaggio, la violazione della privacy, la messa alla pubblica gogna di un presidente del Consiglio. Anzi, quando è proprio il presidente del Consiglio a farvi riferimento nell’intervista rilasciata a Giuliano Ferrara, storcono il naso sostenendo, funambolicamente, che avendo Berlusconi imposto alla Rai di mandare in onda il film, il film medesimo perde ogni aspetto di civile denuncia: diventa una fiction, come Un posto al sole. Oppure, come si legge in «Libertà e partecipazione - Laboratorio democratico per l’Italia» (quattro luoghi comuni «sinceramente democratici» in cinque parole) da perfetti utili idioti s’aggrappano al sofisma. Il film è sì «una denuncia spietata del clima oppressivo e conformista della Repubblica Democratica Tedesca. L’oppressore però non è la magistratura: è il partito». Quindi non vale.
Paolo Granzotto