Vite sgangherate di campioni riusciti a metà

"«Palleggi in punta
di tastiera" di Alberto
Brambilla riporta in luce,
tra garbo e malizia,
eventi e personaggi
di un calcio che non c’è più<br />

In tempi di Calciopoli, Moggiopoli e via dicendo - atto secondo o terzo, non si capisce più - non ha smesso di fiorire una letteratura sportiva che sa eludere i noiosi recinti del moralismo sociologico. Talvolta giovandosi dello slancio che può imprimerle la grande editoria, o più spesso affidata alla passione di stampatori periferici. E periferica è la Busto Arsizio in cui - tifando, com’è giusto, Pro Patria - vive uno tra i più agguerriti cultori di questa letteratura, Alberto Brambilla. Non ignora quante risonanze un campionato di calcio o un Giro d’Italia suscitino al di là della competizione presa in se stessa, ma riesca a godersi - e a trasmettere - la bellezza dei giochi e dei personaggi come se intorno e dietro lo spettacolo tutto quel che si agita di ambiguo o di losco fosse davvero un fenomeno secondario. E comunque ci si può scherzare su. Brambilla, anzi, lo fa quasi a ogni pagina, conscio che il quadro semmai è comico, non tragico.

Il suo Palleggi in punta di tastiera. Capricci e invettive in forma di recensione (Milano, Sedizioni, pagg. 154, euro 12.50) raccoglie una serie di occasioni di lettura, che ai profani rivela quantità e qualità di una letteratura calcistica e agl’innamorati del pallone - specie a quelli dai 50 anni in su - riporta in luce tra garbo e malizia eventi e figure sulle quali da tempo si sono spenti i riflettori. In qualche caso sono giornalisti: e se non si contano gli «orfani di Gianni Brera» (e tale può dichiararsi lo stesso Brambilla), è un peccato dimenticarsi degli altri maestri, da Roghi a De Martino, da Barendson a Zanetti a Ghirelli... Brambilla rende loro omaggio, così come incensa la carriera esemplare di Gian Paolo Ormezzano. Il libro è un fornitissimo emporio di storie umane, di destini spesso realizzati a metà. Più che le vicende degli eccelsi numeri 10, da Pelè aMaradona e a Baggio, ci coinvolgono allora le «vite sgangherate », i casi già antichi di un Vendrame o di uno Zigoni. Anche il presente può tuttavia sollecitare ritratti notevoli, come quelli dei due «anomali» Cassano e Lucarelli. Se doveroso e delicato è il compianto per la morte di Facchetti, l’amo pesca ancor meglio nel mare del ricordo più remoto: ed ecco emergere il centravanti brasiliano Clerici, protagonista di un emozionante Pro Patria-Lecco; o lamezzala Kubala (nella foto), che, in fuga dai paradisi del socialismo reale, mentre aspetta un regolare cartellino da noi, viene parcheggiato proprio a Busto e lì si fa ammirare in allenamento con la formazione locale..

Davvero, Busto Arsizio è tra i capoluoghi di una bella geografia del cuore calcistico, «dove si sfidano le nostre piccole grandi squadre, siano esse Pro Patria, Varese, Legnano, Novara, Monza, Pro Sesto, Fanfulla... ». E se un cronista svedese racconta il suo viaggio in Italia al seguito della nazionale scandinava per i mondiali del 1990, o se il nome di Kakà non può non evocare i mille talenti usciti «dal cilindro brasiliano», nessuna terra ci sembra più poeticamente fertile di quella un po’ fangosa e pesticciata dei campi del Fanfulla, della Pro Sesto, del Legnano. Dipende, io credo, anche dalla capacità affabulatoria dell’autore di questo libro.