Da vittima a paladino «Combatto il bullismo»

Marco, 21 anni: «Calci, pugni e insulti. Un incubo durato anni, ma per la preside quei teppisti erano solo dei “birbantelli”»

Gaia Cesare

A guardarlo oggi, all'età di 21 anni, è un ragazzo che sembra una roccia. E l'impressione si rafforza quando lo senti parlare: spigliato, deciso. Eppure Marco Cappelletti la sua serenità l'ha trovata dopo anni di sofferenze e di analisi. Perché anche lui, proprio come la giovane vittima protagonista del video-choc oggi oggetto di un'inchiesta della magistratura, il bullismo l'ha scoperto sulla propria pelle, all'età di 14 anni. «Tutto è cominciato con le piccole battute, gli insulti, per poi arrivare alla vera emarginazione e alla violenza, ai calci e ai pugni come abbiamo visto nel filmato del ragazzino down. Eppure - racconta Marco, ospite anche de L'Antipatico, su Retequattro - le vittime non sono necessariamente persone deboli o con particolari caratteristiche fisiche. Io non ero né magro né grasso, né bello né brutto, né alto né basso. Ero un ragazzo assolutamente normale che non era pronto a reagire ai soprusi con la violenza. Questa è la vittima ideale».
Oggi Marco, studente di giurisprudenza, dedica un pezzo della sua vita ad aiutare quegli adolescenti che, come lui, hanno subìto le aggressioni dei bulli ma cerca anche di dare una mano a chi il bullismo lo pratica «perché aiutare le persone che hanno fatto del male, significa anche aiutare le vittime». Il suo contributo è in una sigla, Sos bullismo - che è il nome dell'associazione da lui fondata - e in un sito Internet (www.bullismo.com) che dalla sua apertura, a marzo, ha già guadagnato ventimila contatti.
«La notte avevo gli incubi e poi a un certo punto mi sono trovato completamento solo. Mi ricordo ancora che per evitare i soprusi, un giorno volevo spostarmi di banco, ma un compagno mi mise una mano sulla sedia e mi disse: tu qui no, perché sennò io faccio la tua fine. Non era un bullo, ma un ragazzo che sapeva che se avesse fatto credere di essere mio amico, anche lui sarebbe stato preso di mira».
Nei ricordi di Marco c'è un incubo durato fino ai sedici anni, raccontato con lucidità, ma anche con un pizzico di rabbia: «Mi ricordo ancora quando già dopo le prime settimane di scuola, dopo le aggressioni verbali e fisiche, andai con i miei genitori dalla preside. Liquidò tutta la faccenda definendo quei ragazzi, quei frustrati che mi hanno rovinato la vita, dei birbantelli. Solo più tardi ho capito quanto gli insegnanti siano impreparati a questi fenomeni, quanto li sottovalutino. Eppure succedono tutti i giorni nelle scuole. Io piangevo per ore e pensavo fossero passati cinque minuti. Era la depressione che è arrivata dopo quattro mesi di soprusi».
Oggi però anche per Marco il futuro è pieno di desideri e aspettative, come il sogno di diventare avvocato e occuparsi anche di casi di questo genere. «Ai ragazzi che stanno vivendo o hanno vissuto il mio incubo, dico di scrivere al nostro sito e di cercare aiuto. Perché se accetti la violenza, la tua soglia di tolleranza si alza e la coscienza si anestetizza».