Le vittime dei reati non ci sono ma Berlusconi va processato


Enrico Lagattolla

MilanoCronaca di una stangata annunciata. Silvio Berlusconi va a processo esattamente come la Procura di Milano voleva che ci andasse: immediatamente, e per tutte le accuse che gli vengono mosse nell’inchiesta sul «Rubygate». La richiesta di rinvio a giudizio presentata mercoledì scorso dai procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Pietro Forno e dal sostituto Antonio Sangermano viene integralmente fatta propria dal giudice preliminare Cristina Di Censo. Solo in mezza riga, nelle 30 pagine del provvedimento firmato dal gip, si specifica che il decreto che fissa per il 6 aprile il processo al capo del governo non è una anticipazione della sua condanna, ma semplicemente un riconoscimento della evidenza delle prove contro di lui. La sostanza, come si vede, cambia di poco.
Concussione e utilizzo della prostituzione minorile i due reati di cui il premier dovrà rispondere in aula. «I fatti storici sono dimostrati», sostiene il giudice Di Censo. I fatti: ovvero la telefonata ai funzionari della questura di Milano la notte del 27 maggio, per chiedere il rilascio di Karima el Mahroug; e il rapporto sessuale a pagamento con la stessa «Ruby», quando era ancora minorenne. Il Cavaliere, come è noto, esclude risolutamente il secondo fatto, e dà del primo una spiegazione molto diversa da quella della Procura. Ma i Pm milanesi sanno bene che a rendere questo processo complicato e difficile non ci sono solo le dichiarazioni di innocenza dell’imputato, ma il fatto - decisamente più inconsueto - che siano le presunte vittime a escludere di avere subìto i reati.
La richiesta di rinvio a giudizio inoltrata dalla Procura indica cinque «parti offese»: la prima è Karima el Mahroug, ovvero Ruby; la seconda è il ministero dell’Interno; e poi ci sono i tre funzionari della questura di Milano - Pietro Ostuni, Giorgia Iafrate, Ivo Morelli - che la notte del 27 maggio ricevettero e seguirono le indicazioni del premier. Ruby nega di avere mai avuto contatti ravvicinati con Berlusconi, il Viminale sostiene che la prassi fu regolare, i tre poliziotti escludono di avere subito pressioni indebite. Ilda Boccassini - che il 6 aprile rappresenterà la Procura in aula - dovrà dimostrare con testimonianze, intercettazioni, tabulati, accertamenti bancari che la verità dei fatti è diversa da quella che le «parti offese» raccontano. Il giudice Di Censo, a quanto si intuisce dalla sua ordinanza, se ne è già convinta a sufficienza.
Il provvedimento firmato dal gip, una trentina di pagine, affronta anche il tema spinoso su cui la Procura si era arenata per una settimana prima di riuscire a sbrogliare la faccenda: la ammissibilità del giudizio immediato per l’accusa di prostituzione minorile, che non è prevista dal codice. Il nodo viene sciolto dal giudice nello stesso identico modo in cui, dopo vivaci discussioni interne, lo aveva risolto la Procura: il reato più grave, la concussione, trascina con sé anche il reato più lieve. A sostegno della sua tesi, la Di Censo cita due sentenze della Cassazione. Ma è chiaro che anche su questo punto i difensori di Berlusconi si preparano a dare battaglia.
Con la notifica del decreto di rinvio a giudizio ai legali di Silvio Berlusconi e di tutte le parti offese, diventerà di dominio pubblico l’intero malloppo delle carte dell’accusa, quelle che hanno convinto la Di Censo della fondatezza dei capi di imputazione. Si tratta di circa settecento pagine, in larga parte già note. Tra gli atti, quattro verbali di Ruby e uno del padre della giovane marocchina. Questo il documento che il pool riterrebbe più importante: l’uomo avrebbe detto ai Pm che Berlusconi sapeva che la figlia era minorenne. Più interessante, per capire del tutto il contenuto dell’indagine, sarà aspettare che la Procura chiuda anche il filone di indagine relativo a Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora, accusati di induzione alla prostituzione. Con la decisione di ieri della Di Censo, il destino processuale del «Rubygate» si è definitivamente spezzato in due: Silvio Berlusconi sarà processato da solo, e in un processo-bis finiranno in aula gli altri protagonisti dell’affaire. E - secondo quanto riferiscono fonti vicine alla Procura - in questo secondo processo verrà riversata una quantità di atti ben più ricca di quella del processo al premier, con i nomi di altre decine di ragazze - compresi alcuni nomi inediti - che avrebbero fatto parte della «scuderia» di Minetti & Co.