«Vittime di delitti condannate due volte: la giustizia le tutela meno dei carnefici»

«Vittime per sempre. Perché chi perde una persona cara sconterà per sempre il suo ergastolo del dolore. Vittime per sempre, ma anche vittime sempre. Perché si tratta, in molti casi di persone che, oltre all’inaccettabile evento di una morte violenta e ingiusta di una persona che amavano, sono costrette, spesso, a subire l’inaccettabile, ulteriore, punizione di una giustizia che non riesce a fare giustizia». Suonano taglienti come un monito che non dovrebbe lasciare spazio ad alibi o a vie di fuga nella coscienza di ciascuno di noi, le parole di Barbara Benedettelli, giornalista e scrittrice che oggi presenterà a Milano il suo Vittime per sempre, edito per i tipi di Aliberti. Un viaggio nel mondo buio della sofferenza, della solitudine di chi, in un minuto, si è visto spezzare la vita da un evento tragico che ha colpito un familiare: un attentato, un incidente stradale, un litigio passionale, un sequestro finito nel sangue.
Perché lei, nel libro, scrive Vittime la V maiuscola?
«Con la V maiuscola per sottolineare il valore di una condizione immeritata che colpisce anche i congiunti, gli amici di una persona uccisa. Nella società di oggi si tende a dimenticare il dolore. A non vederlo, a rimuoverlo. Invece io credo che sia giunto il tempo in cui dobbiamo abituarci a vedere il dolore degli altri. A sentirlo anche nostro».
Che cos’è questa inaccettabile ingiustizia di cui lei parla?
«È la tendenza a sollevare il colpevole da ogni responsabilità per quello che ha commesso. Una tendenza premiante che, applicata con gli automatismi del codice penale, non consente all’autore di un delitto, nemmeno di capire bene che cosa ha fatto, di quale atto gravissimo si è macchiato, togliendo la vita ad un’altra persona. Dobbiamo smettere di alleviare le pene dei carnefici e di abbandonare al loro destino i familiari delle vittime».
Come dire, una giustizia ingiusta...
«Vede, in questo libro emerge che gran parte dei delitti sono dovuti alla debolezza della legge o della magistratura. Perché le legge lascia troppe possibilità di scelta. Prendiamo Mario Alessi uno dei rapitori del piccolo Tommy. Era già stato condannato per violenza sessuale, stupro e sequestro. Ma era libero, in attesa del terzo grado di giudizio, quando ha compiuto quell’orribile nuovo gesto. Ciò significa una cosa sola: che nel nostro ordinamento la libertà, anche di persone manifestamente violente e socialmente pericolose, è messa al di sopra della vita degli altri».
Uccidere una donna è un delitto ancora più grave e perverso?
«Non ci sono differenze quando si uccide. Anche un incidente stradale, deliberatamente provocato perché in preda alla droga o all’alcol è altrettanto grave di un attentato. La gravità sta nell’atto che si compie perché, non solo si distrugge una vita, ma si spazza via un intero mondo di affetti cui la vittima è collegata. Ecco io vorrei che le donne andassero in piazza sì, ma per rivendicare la vera dignità, quella della vita».