Le vittime del silicone falso non sono tutte uguali

Nessuna si merita i nefasti effetti, ma siamo onesti: chi ha scelto di farsi bella a poco prezzo è diversa da chi ha voluto ricostruire il seno dopo un tumore

Le tantissime donne che hanno voluto una protesi al seno, per motivi estetici o di salute, sono in grande allarme. In Italia e nel mondo. Infatti, un’azienda francese produttrice di dispositivi al silicone, la PIP, sembra abbia distribuito materiale scadente, e dunque difettoso, e dunque dannoso per la salute di chi se lo è fatto impiantare dentro al corpo.

Non è il caso di dire che si merita quest’ansia, chi si è sottoposto a un intervento chirurgico per ragioni frivolissime collegate alla sua fisicità, ma certamente suscitano vera solidarietà tutte quelle donne che hanno preferito, con la ricostruzione mammaria, cancellarsi una ferita e far dimenticare la devastazione subìta dal cancro. Non solo perché la loro scelta nasce dal dolore invece che dalla fatuità, quanto perché un conto è dare spensieratamente la preferenza a un chirurgo estetico, un altro è assoggettarsi a un intervento oncologico e poi rimediare la propria estetica.

Comunque sia, il problema c’è, ed è gravissimo. La responsabilità in assoluto, indiscutibile e inqualificabile, è certamente dell’azienda produttrice che, dolosamente, ha usato silicone industriale, ben sapendo che le protesi sarebbero state impiantate all’interno dei corpi umani e che non potevano escludersi, anzi, conseguenze pericolosissime per la salute. In secondo luogo, una buona quota di responsabilità appartiene agli istituti di certificazione riconosciuti nell’ambito di ogni Ministero della Salute di ciascun paese della Comunità Europea, che sono deputati ad apporre ai prodotti il marchio CE. Se hanno rilasciato alle protesi PiP l’attestato di buona fabbricazione, evidentemente hanno sbagliato, sono stati superficiali, non hanno compiuto attentamente il loro dovere. Ma una dose, oltretutto consistente, di responsabilità, ce l’hanno pure le strutture ospedaliere che, magari con convenzioni interessanti, hanno acquistato le protesi a prezzo concorrenziale rispetto alle altre; senza domandarsi il perché del prezzo più basso e delle condizioni favorevoli. Con l’unico obiettivo dell’utilità del risparmio. Alla faccia delle pazienti e della loro salute.

Ma anche i singoli operatori chirurgici che hanno usato le PiP non possono andare assolti: nell’ambiente medico si è sempre saputo che, nella scala dei costi, le PIP erano gli impianti più a buon mercato. Se la preferenza loro accordata aveva quest’unica ragione, è chiaro che il medico non può avere agito con la necessaria prudenza che, specificamente, dal suo lavoro e dalla legge, gli viene richiesta.
Ora la situazione drammatica vede pazienti con protesi PIP, oramai definite nel mondo «protesi killer», costrette a sottoporsi nuovamente a un’operazione chirurgica per l’espianto e il reimpianto; alcune di loro addirittura, sembra siano state colpite dal cancro.

Certo, bisogna trovare un’evidenza scientifica e un nesso di causalità tra l’applicazione di queste protesi e l’insorgenza del tumore, prima di pensare a cause individuali o a class action risarcitorie in termini milionari; ma senz’altro responsabilità obiettive e comportamenti dannosi, e quindi risarcibili, già sono evidenti.

Tuttavia, soprattutto per le operazioni estetiche, tante sono le situazioni da valutare, se non altro perché le pazienti danneggiate si sentono complici oltre che vittime. Oggi il paziente ha il diritto, e il dovere, di sottoscrivere il cosiddetto consenso informato. Lo ha fatto? Perché ha scelto un chirurgo anziché un altro? Era più a buon mercato? Era indispensabile l’operazione?

Comunque sia, le protesi al seno sono la punta dell’iceberg, perché oramai tanti sono gli impianti composti dai più svariati materiali, che vengono alloggiati nel corpo. Per non parlare dei filler permanenti che migliaia di donne si fanno iniettare sotto la pelle, pur contenendo acrilati e metacrilati, notoriamente non riassorbibili dal derma. Molte di loro sono deturpate da granulomi, gonfiori, noduli e cicatrici. Ma i medici continuano ad applicarli e i produttori a venderli.

Ciò succede perché, purtroppo, la seria, e una volta condivisa, gerarchia dei valori è sovvertita, quando ai primi posti ormai ci sono denaro e bellezza e agli ultimi salute e responsabilità.