Vittime Thyssen, i parenti boicottano il Primo maggio «Il sindacato ci ha traditi»

da Milano

È un’assenza che sa di colpo di grazia al sindacato. Ma quale 1° maggio dedicato alle morti bianche, ma quale corteo. I familiari dei sette operai morti nel rogo della ThyssenKrupp non ci saranno. Non è sconforto, è rabbia. Urlata. Laura Rodinò ha perso il fratello, Rosario non vedrà mai i suoi nipotini: «Ci hanno traditi. Facile adesso venire a parlare di sicurezza sul lavoro, ma dov’erano i sindacati quando Saro faceva i doppi turni?». Rosina Demasi ha perso il figlio, Giuseppe è morto a Capodanno dopo un’agonia di venti giorni: «Perché non hanno scioperato? Dov’erano quando la Asl faceva i controlli e diceva che andava tutto bene?». Antonio Santino, Nino, anche lui ha perso un figlio, Bruno che in fabbrica in quei momenti terribili gridava ai compagni «non voglio morire»: «Dovevano pensarci prima. Siamo stati traditi e siamo soli. Morire a 26 anni è troppo».
Facile esserci ora, dicono. Facile esserci «dopo». Per loro, «dopo» è il confine fra la vita che c’era e quella che definiscono «strage di sette famiglie». «Dopo» è tardi. Andranno tutti a Roma, il 1° maggio, perché il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano consegnerà loro la Stella al merito, e la medaglia d’oro alla memoria delle vittime del lavoro. Nessun corteo. Non tutti si sono posti il problema. C’è chi non ha nemmeno il tempo. La moglie di Roberto Scola ha un bimbo di tre anni e uno di 21 mesi, «non so nemmeno se posso andare da Napolitano, perché se non posso portare i bimbi non so dove lasciarli. È dura, ecco». È dura anche per Tina, la moglie di Antonio Schiavone, che di bimbi piccoli ne ha tre: «Sei anni, quattro anni e sei mesi. Diciamo che ho altro a cui pensare».
Il collegio difensivo nei giorni scorsi ha chiesto risarcimenti milionari. La vita di un operaio «costa» 500mila euro, tanto le assicurazioni sborsano per le «morti bianche». Ma gli avvocati hanno chiesto da uno a due milioni di euro per operaio, con un calcolo impietoso che, spiegano negli uffici del procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, tiene conto dell’età, del numero di figli e persino dei tempi della morte, l’agonia «vale» più della morte istantanea. «Sarà l’ultima beffa - dice Nino Santino -. Quella gentaglia di cui non voglio nemmeno pronunciare il nome ha gli avvocati migliori, si faranno le loro ragioni, la colpa non se la vuol prendere nessuno». Laura Rodinò è una furia: «Adesso ci danno i soldi. E i sindacati si dicono vicini. Dei soldi non ce ne facciamo niente. Non ridaranno ai miei genitori un figlio e a me un fratello. Hanno tradito prima mio fratello e poi anche la sua famiglia. Ma dov’erano quando la fabbrica giorno dopo giorno perdeva i pezzi e nessuno diceva niente perché un posto di lavoro, anche se insicuro, è pur sempre un posto di lavoro? A gennaio sono nati i miei figli, due gemelli. Rosario non li potrà mai tenere in braccio».
I soldi, già. Rosina Demasi: «Quelli della Thyssen devono pagare, ma anche coloro che hanno chiuso gli occhi in azienda dovrebbero pagare. Chiunque ha visto quello che succedeva e che per comodità o per incapacità non ha fatto nulla. Io non c’è notte che non sogni mio figlio che brucia vivo. Nessuno sa cosa significa».
Ma quale corteo, quale primo maggio. «Adesso che sette mariti, figli, fratelli sono morti scendono in piazza - si sfoga Rosina -. È tardi. Se i sindacati avessero veramente voluto fare qualcosa non avrebbero accettato il fatto che fossero gli operai, senza alcuna preparazione, a spegnere i piccoli incendi che puntualmente si verificano in fabbrica. Erano loro che si sedevano al tavolo delle trattative con l’azienda». Nino Santino era dietro lo striscione dei sindacati il giorno dei funerali, teneva in mano le foto di suo figlio e dei suoi colleghi. Adesso non ci crede più. «Il sindacato? Adesso è inutile lamentarsene. Adesso speriamo solo che quello che è successo gli abbia insegnato che devono garantire la sicurezza, garantire la vita, perché si va in fabbrica per lavorare, non per lasciarci la pelle».
A Torino c’è una mostra alla Fondazione Sandretto, settanta scatti per raccontare la tragedia alla Linea 5 della Thyssen. Si intitola «Chi muore al lavoro». La prefazione al catalogo l’ha scritta Napolitano, esprimendo ancora «indignazione». Per ora non c’è altro.