VITTORIA ANTAGONISTA

Il primo round è stato vinto da Bertinotti. Sul piano simbolico la spugna gettata da D'Alema dice cos'è l'Unione plasmata da Prodi: è un'alleanza in cui la sinistra antagonista pesa, condiziona, vale quanto un'assicurazione sulla vita. Non è un problema che riguarda le persone. Per carità, il leader del Prc sarà certamente una garanzia per tutti. Ma la sua ascesa al più alto scranno di Montecitorio è un dato politico, perché viene dopo un braccio di ferro con il presidente dei Ds. È lontana la Germania, dove Schröder ha rinunciato alla Cancelleria pur di non allearsi con l'area antagonista.
Già, l'Unione. Indovinate chi ha scritto ieri mattina che le «è mancata una sfida politica, culturale ed economica chiara, incisiva e percepibile, all'altezza del dilemma che viviamo»? È stato Mario Pirani. E indovinate chi ha supposto, sempre ieri mattina, che Bertinotti, D'Alema e Marini, concorrendo alle presidenze di Camera e Senato, «rivelano di temere che il prossimo governo e le relative cariche siano davvero a rischio»? È stato Gianfranco Pasquino.
C'è ben poco da aggiungere quando si leggono giudizi come questi, con cui due dei più ascoltati opinionisti della sinistra affrontano il tema dello stentato inizio della «primavera» che Romano Prodi aveva promesso agli italiani e di quel «po' di felicità» che voleva organizzare. C'è soprattutto da essere soddisfatti e da confidare in una rapida disillusione di chi fa ancora finta di pensare che una maggioranza parlamentare, ottenuta per un pugno di voti, rappresenti una durevole alternativa.
Resta comunque da registrare un trend. Il tempo che passa non rende più semplice il compito che l'aspirante premier si è attribuito, rivendicando una piena vittoria e rispondendo subito picche alla proposta, avanzata da Berlusconi, di sciogliere insieme alcuni importanti nodi. Anzi, tutto si complica e assume contorni sempre più precisi la difficoltà di riflettere nelle cariche istituzionali il carattere ibrido dell'alleanza che si è chiamata Unione. Nella contesa fra Bertinotti e D'Alema si è posta la questione di riconoscere, contemporaneamente e in modo soddisfacente per tutti, il peso dei singoli partiti e delle due anime del centrosinistra, quella antagonista e quella che si definisce riformista. Non poteva esserci un segnale più vistoso del problema. E siamo solo all'inizio. C'è da tornare a chiedersi cosa accadrà poi, quando sarà affrontato il capitolo della composizione dell'esecutivo e quando dovranno essere compiute delle scelte precise, decifrando le fumose 281 pagine del programma. Pirani e Pasquino ne avranno da scrivere.
Nel frattempo, però, non è stato secondario nella gara per la presidenza delle Camere il rapporto privilegiato che Prodi ha intessuto con Bertinotti. E ora cosa accadrà? Si parla ormai da giorni della tentazione pericolosa di chiudere la vertenza tra ds e Rifondazione proponendo D'Alema al Quirinale. Lasciamo stare lo spauracchio delle «allegre pattuglie di franchi tiratori» (il conio è di Pasquino) e prendiamo per buono il progetto. Lasciamo stare anche ogni discorso personale. E sorvoliamo pure sull'immagine poco edificante del mercato, della spartizione del bottino, del «suk» come l'ha definito Berlusconi. In realtà, sorgerebbe un grande problema: le istituzioni sarebbero parziali e non rappresenterebbero in alcun modo quella metà di cittadini che non ha votato per l'Unione e che avrebbe tutto il diritto di non sentirsi garantita. Il segno sarebbe inequivocabile: un'Italia di sinistra, in aperta contraddizione con il risultato del 9 e 10 aprile.