Vittoria la Colonna «eretica»

Una mostra a Firenze celebra a Casa Buonarroti la straordinaria figura femminile del Cinquecento italiano

Era bella e colta, ammirata dai più illustri letterati e artisti del tempo, celebrata in sonetti e dipinti. Per lei aveva un debole, tutto spirituale, anche Michelangelo. Vittoria Colonna, poetessa e marchesa di Pescara, esce dal buio dei secoli e ci racconta la sua vita, i rapporti con gli amici, gli interessi poetici e religiosi. È infatti la protagonista di una mostra importante, appena aperta a Casa Buonarroti di Firenze, con un bel catalogo. Sessantacinque opere tra dipinti, disegni, manoscritti, libri, lettere e documenti, svelano incroci e svolte nella cultura italiana del tempo e i segreti di questa poetessa cinquecentesca, dotata di una forte personalità.
Di nobile famiglia, figlia di Fabrizio Colonna e di Agnesina di Montefeltro, nipote quindi di Federico di Montefeltro e Battista Sforza (immortalati nel celebre dittico di Piero della Francesca), Vittoria, nata nel 1492 e morta nel 1547, passa l’infanzia nei feudi paterni tra Roma e Napoli. Educazione raffinata, secondo i dettami della sofisticata corte di Urbino. Promessa in matrimonio nel 1507, nel castello di Marino, a Ferrante Francesco d’Avalos, marchese di Pescara e capitano generale dell’esercito spagnolo in Italia, lo sposa a Napoli nel 1509 a soli diciassette anni. L’unione rafforzava i rapporti famigliari con gli aragonesi, dopo la defezione del padre dal seguito di Carlo VIII.
Inizia così l’avventura della giovane marchesa di Pescara, che passerà la vita tra la villa napoletana della Petralba e l’isola di Ischia. L’amore per la poesia comincia presto: ventenne scrive lettere in versi al marito, che la lascerà vedova nel 1525 morendo in battaglia. L’ambiente che la circonda è tra i più stimolanti, grazie ai collegamenti con le corti della penisola: ci sono umanisti come Giovanni Gioviano Pontano, ricordato da un ritratto bronzeo eseguito da Adriano Fiorentino, scultore giunto a Napoli da Mantova, poeti come Jacopo Sannazzaro, artisti della scuola di Andrea Mantegna, incisori di spicco, pittori napoletani e veneti, tutti presenti in mostra attraverso opere ben selezionate.
Vittoria comincia a tessere i suoi numerosi contatti con scrittori e intellettuali, distinguendosi per cultura e bellezza. La Question d’amor, un’opera pubblicata anonima nel 1513 a Valencia, la descrive a Napoli, tra la nobiltà spagnola, elegantissima. E due dipinti di Sebastiano del Piombo la ritraggono con tutto il suo fascino: bruna, levigata, armonica, mani sottili, in testa un velo bianco da ciociara. Il primo, del 1521, proveniente da Barcellona, la riprende nel ruolo di poetessa, con l’indice su un libro di poesia, un petrarchino, dove si possono leggere alcuni suoi versi. Il secondo, più severo e privo di paesaggio, ma forse ancora più bello, eseguito dopo la morte del marito, la immortala con una coppa in mano forse nelle vesti di Artemisia, la vedova di Mausolo, re della Caria in Asia Minore, decisa a bere le ceneri del defunto consorte. All’eroina antica, la paragonano del resto i molti ammiratori, da Bembo ad Ariosto a Giovan Pierio Valeriano ad altri ancora.
Tra gli estimatori, c’è anche Michelangelo, che «amò grandemente la marchesana di Pescara, del cui divino spirito era innamorato», come testimonia Ascanio Condivi nella Vita di Michelangelo del 1553, rivista dallo scultore stesso. Lei, Vittoria, lo ricambia «svisceratamente». Quando si incontrano la prima volta? Forse negli anni Trenta del Cinquecento, perché già nel 1531 la poetessa possedeva un famoso quadro con il Noli me tangere, dipinto da Pontormo su cartone di Michelangelo. Si vedono più volte a Roma, nei giardini della chiesa di San Silvestro al Quirinale, e scoprono un forte feeling: amore per l’arte e la poesia, stesse idee religiose, simpatizzanti per la dottrina riformata del teologo spagnolo Juan de Valdés. Gli incontri sono descritti nei Dialoghi romani dello scrittore e miniatore Francisco de Hollanda.
Il loro è un rapporto di amicizia, lettere, scambi di opere e poesie: lei manda libri di rime, lui splendidi disegni con Cristi crocifissi, Pietà, Samaritane, soggetti delle loro lunghe discussioni. Omaggi che lo scultore inviava anche ai diversamente amati Gherardo Perini e Tommaso de’ Cavalieri. Nella bella marchesa il settantenne scultore vedeva un simbolo androgino, «un uomo in una donna, anzi un dio», una «scultrice dell’anima», in grado di trasmettergli la grazia che purificherà la sua opera. E Vittoria, a sua volta, impazzisce per quei disegni straordinari, come scrive a proposito del Crocifisso con due angeli dolenti «sottilmente e mirabilmente fatto»: opere da guardarsi «al lume et col vetro et col specchio».
mtazartes@tiscali.it
LA MOSTRA
Vittoria Colonna e Michelangelo
Firenze, Casa Buonarroti, sino al 12 settembre. A cura di Pina Ragionieri. Catalogo Mandragora.

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