Vittoria dei piccoli imprenditori: passa la legge sul made in Italy

È un piccolo, grande miracolo, che riscatta la politica e manda un segnale di fiducia all’Italia che produce, l’Italia dei piccoli e medi imprenditori. Quante volte in passato si è auspicato che i partiti dimostrassero maturità votando secondo coscienza e nell’interesse nazionale anziché perseguire sempre e solo logiche di parte? Ieri alla Camera dei deputati si sono trovati tutti d’accordo: il Pdl e la Lega, ma anche l’Udc, il Pd, l’Italia del valori. E la legge che finalmente tutela il Made in Italy, primo firmatario il leghista Marco Reguzzoni, è passata con un voto plebiscitario: ben 543 sì, un solo no e due astenuti.
Per diventare operativa dovrà essere approvata anche dal Senato, ma visto il consenso unanime è improbabile che la Camera alta la respinga o ne cambi il senso, benché lobby fortissime abbiano cercato - e probabilmente cercheranno ancora - di bloccare il provvedimento. Tutto è nato su iniziativa di Roberto Belloli, imprenditore di Busto Arsizio, che lo scorso luglio ha radunato un gruppo di industriali, dando vita al movimento dei «Contadini del tessile». Il suo discorso era semplice è onesto: riteneva fosse giunto il momento di porre fine a una pratica diffusa quanto ingannevole, che consente ai grandi marchi di commercializzare con il marchio Made in Italy capi prodotti di fatto in Cina o in Vietnam.
Nessuno sei mesi fa avrebbe scommesso sul suo successo. E invece ha avuto ragione lui, come in una favola a lieto fine. Il progetto di legge approvato assicura la tracciabilità dei prodotti in quattro settori: tessile, arredo casa, pelletteria e calzaturiero. Soltanto se almeno tre delle cinque fasi di lavorazione industriale, descritte nel testo, sono svolte davvero in Italia, l’azienda potrà esibire la denominazione «Made in Italy». Inoltre sull’etichetta dovranno essere indicate non solo dove il prodotto è stato finito, ma dove sono state effettuate tutte le lavorazioni. E per evitare che la legge venga disattesa sono previste pesanti sanzioni, pecuniare e penali, che riguardano gli industriali, ma anche i controllori: il pubblico ufficiale, soprattutto in dogana, che omette le verifiche rischia la reclusione da sei mesi a due anni e una multa fino a 30mila euro.
Una legge semplice e severa, giudicata necessaria da tutti i partiti, in difesa della nostra industria, strangolata dalla crisi e da processi di delocalizzazione che quasi mai si traducono in reali benefici per il consumatore. Perché i prezzi, quasi sempre, restano elevati. Per capirci: un jeans di marca viene venduto a 150 euro, prodotto in Cina costa 15 o 18 euro, se fosse stato prodotto in Italia 20 o 22. La differenza non è abissale, ma il trasferimento all’estero toglie al Paese ricchezza e occupazione. Il consumatore non ricava benefici, i cittadini e i lavoratori risultano penalizzati, gli unici a guadagnare sono grandi aziende o grandi distributori, i cui margini, già alti, diventano così stratosferici.
Ed è sintomatico che nessuno dei marchi della alta moda abbia salutato la legge, accolta con un eloquente silenzio. Il ministro Urso si è astenuto, evidenziando i rischi di una procedura d’infrazione da parte della Ue, ma poi si è rallegrato del voto. Chi merita un plauso, invece, è Reguzzoni, che, con autentico spirito bipartisan, ha recepito anche alcuni emendamenti del Pd. Reguzzoni ieri ha ricordato numeri ignoti al grande pubblico: «I quattro settori danno lavoro a un milione di persone». Un patrimonio che il Parlamento, finalmente, ha deciso di proteggere e valorizzare.