La vittoria della Lei: Maccari resta al Tg1 E Rizzo Nervo lascia

<div>Confermato il successore di Minzolini Casarin al Tgr. Ma Garimberti vota contro</div>

Battaglia vinta dal direttore generale Lorenza Lei e dall’alleanza televisiva centrodestra-Lega. Ieri il consiglio di amministrazione della Rai ha nominato direttore del Tg1 Alberto Maccari, uomo vicino al Pdl e direttore della testata giornalistica regionale Alessandro Casarin, uomo vicino al Carroccio che da sempre cerca di controllare la potente macchina dell’informazione locale. Hanno votato a favore i consiglieri vicino all’ex maggioranza (Verro, Gorla e Rositani), alla Lega (Bianchi Clerici) e il rappresentante del ministero dell’Economia Petroni, insomma con l’avallo dell’attuale governo e di Monti. Contrari i consiglieri di sinistra Rizzo Nervo e van Straten, quello Udc De Laurentiis e soprattutto il presidente Paolo Garimberti. Dunque, la Tv pubblica si trova nella paradossale situazione in cui siede su una poltrona chiave un uomo sgradito al vertice della stessa. Garimberti aveva addirittura minacciato di dimettersi se questo fosse accaduto, ma poi ha deciso di restare per «combattere la battaglia dall’interno». Più risoluto Nino Rizzo Nervo che, dopo anni di contrasti, si è invece dimesso ritenendo «scriteriate» le nomine «che spingono l’azienda verso un rapido declino».

Comunque, la sostanza della scelta sul Tg1 è che si è deciso di non decidere procedendo con i vecchi schermi spartitori. Perché non si è puntato su un nome nuovo e forte in grado di rilanciare la testata in grave crisi di ascolti, ma su un giornalista in pensione (da ieri) che aveva giù un interim e a cui è stato dato un incarico a tempo: fino al 31 dicembre con un contratto che stabilisce che l’azienda può decidere in qualsiasi momento di recedere. Dunque, la decisione vera è stata demandata al prossimo cda, che sarà nominato a giugno. Intanto si è proceduto a blindare il Tg1 e la Tgr ai voleri di Pdl-Lega, anche se il direttore generale Lei tiene a sottolineare di aver agito in autonomia e aver scelto figure di grande professionalità, con una carriera interna all’azienda e che già ricoprivano incarichi dirigenziali (Maccari era direttore della Tgr e Casarin condirettore). Il fatto è che, se non verranno cambiati i criteri di nomina, a giugno ci si ritroverà con un cda designato in base al solito manuale Cencelli.

Le nomine fanno disperare i vertici del Pd, che hanno lottato fino all’ultimo per riconquistare il Tg1. Il segretario Bersani è stato durissimo: «Non resteremo con le mani in mano. Non staremo di certo fermi davanti a coloro che vogliono vedere distrutta un’azienda pubblica». Tutta la sinistra, rintuzzata subito dagli esponenti di destra, chiede a gran voce la riforma della governance che sganci la Tv pubblica dai partiti. Monti l’ha annunciata nel salotto di Fazio, e l’altro giorno ha ribadito che il governo interverrà «nei limiti delle sue competenze, nella sua qualità di azionista e regolatore, entro le scadenze stabilite che si stanno avvicinando». Insomma, se si farà, sarà una piccola riforma (un numero minore di consiglieri e un amministratore delegato con più poteri). Ma Monti ribadisce che spetta al governo indicare il presidente (in pole position Giulio Anselmi) e il direttore generale (si fa il nome di Claudio Cappon). Uomini vicini alla sinistra contro cui il Pdl farebbero le barricate. Ne è dimostrazione la vicenda di Antonio Verro, componente del consiglio e nominato da pochi giorni deputato: l’altro ieri ha sciolto la riserva tra i due incarichi e ha scelto di rimanere in Rai, il che significa che il Pdl lo designerà anche nel prossimo cda.