Prima vittoria politica

Il 12 luglio scorso lo Stato maggiore israeliano propose - come risposta alla cattura di due soldati israeliani da parte degli hezbollah - un massiccio attacco per rioccupare la zona di sicurezza che Israele aveva unilateralmente evacuato sei anni prima. Il piano fu respinto dal governo ossessionato dai ricordi della disastrosa invasione del Libano voluta da Ariel Sharon nel 1982 e convinto che l’aviazione avrebbe agito meglio e con meno perdite delle forze di terra. Dopo 20 giorni - con 100 morti, 2.100 missili indiscriminatamente ricevuti sulle sue città e 330mila profughi - l’esercito è impegnato ad eseguire il suo piano originale assistito dall’aviazione che non ha piegato con 4.600 bersagli gli hezbollah e fatto perdere a Israele la guerra dell’immagine.
Il governo Olmert - accusato di impreparazione, vacillamenti, incapacità decisionale - stava permettendo allo sceicco Nasrallah di «piegare l’invincibile armata ebraica» trasformandosi in un novello Saladino del mondo islamico. Se questo non è accaduto poco c’è mancato.
Era chiaro che nessun esercito era in grado di vincere un movimento come quello degli hezbollah politicamente e socialmente radicato in Libano con l’aiuto finanziario e militare dell’Iran, dotato di un esercito di 15mila uomini altamente motivati e con 13mila missili nascosti in fortificazioni o piazzati in centri urbani. Ma proprio le esitazioni di un premier come Olmert, senza esperienza militare, soprannominato dai suoi critici militari e politici «l’avvocatino» stanno offrendo a Israele la vittoria politica che i suoi generali avevano invano cercato sul campo di battaglia in sei guerre. Questo nessuno lo immaginava - certo non gli hezbollah che comunque vada a finire questo conflitto si stanno rendendo conto di aver commesso un catastrofico errore provocando, probabilmente su richiesta del loro patrono iraniano, una reazione israeliana che non si aspettavano.
I giochi non sono ancora fatti, il che spiega la controllata soddisfazione di Israele per la bozza franco-americana di risoluzione (ancora da essere accettata dagli altri membri del Consiglio di sicurezza) che ordina l’immediato cessate il fuoco in Libano e che sarà probabilmente votata oggi o domani. Ma il fatto che Israele l’abbia già approvata e il Libano no, la dice lunga sui risultati di questa fase del conflitto.
Anzitutto la bozza di risoluzione riconosce la responsabilità degli hezbollah di aver provocato la guerra. Poi autorizza Israele a «difendersi» da futuri attacchi. In terzo luogo chiede la restituzione dei soldati israeliani rapiti ma non la liberazione di detenuti - palestinesi o libanesi - da parte di Israele. Infine impone l’embargo sulla fornitura (siriana, iraniana) di armi «a forze non governative», la demilitarizzazione del Libano a sud del fiume Litani dove sarà spiegata una forza internazionale di interposizione. Questo non significa che Israele non dovrà fare concessioni - cedere il controllo della zona detta delle fattorie di Shaba o liberare prigionieri -. Significa che per la prima volta dal 1948 la politica ha ottenuto i risultati con l’aiuto della forza e non il contrario. La rabbiosa reazione degli hezbollah indica quanto essi siano coscienti della gravità del colpo inferto al loro prestigio e a quello dell’Iran proprio nel momento in cui il regime di Teheran pensava di aver messo alle corde Israele e l’intero Occidente. Il successo israeliano è stato naturalmente pagato - assieme al Libano - a caro prezzo. Ma se sarà gestito con intelligente umiltà potrebbe produrre frutti di incalcolabile valore per Gerusalemme. Primo fra tutti la prova che lo scopo da raggiungere in questo conflitto non poteva essere che politico e che quando Israele difende il suo diritto all’esistenza non si trova - nonostante la violenta propaganda di gran parte dei media internazionali contro di lui - né isolato, né incompreso dalle grandi potenze.