La «Vittoria» di Sesto e la caduta di Zunino

Dice Bizzi: «C’è un aspetto che non avevo messo in conto quando mi sono imbarcato in questa avventura: quello di finire sui giornali. E la cosa non è piacevole». Vabbè, non sarà piacevole. Ma cosa ti aspetti quando a neanche cinquant’anni, senza aver mai calcato le scene della finanza o del mattone, ti compri la Falck? Falck vuole dire Sesto San Giovanni, la fabbrica, il sindacato, le colate d’acciaio, il conflitto sindacale duro, i morti ammazzati. Storia d’Italia, insomma. E se - dopo che ci si sono rotti le ossa in più d’uno - sbuca dal niente un Davide Bizzi e se la compra per 405 milioni, inevitabile che ci si chieda: e chi diavolo è Davide Bizzi? E con quali soldi pensa di trasformare un milione e mezzo di metri quadri di macerie, ferro, veleni, nella città modello progettata da Renzo Piano?
Milanese, classe 1962, liceo scientifico a Pesaro, laurea alla Bocconi, un vecchio ed elegante swan chiamato Naschira ormeggiato a Sanremo. «Bisogna proprio scriverla, questa cosa della barca a vela? Fa tremendamente costruttore milanese...». Sposato, un figlio. I giornali lo hanno descritto come un «Preatoni boy», uno dei tanti manager cresciuti alla scuola del leggendario raider di Garbagnate. In realtà, nelle operazioni di Ernesto Preatoni in Estonia, il giovane Bizzi era socio, anche se di minoranza. E da lì ha spiccato il volo in fretta, giù a Cuba, socio al 50 per cento della Cimex di Stato per una serie di investimenti turistici. Il resto è più o meno una consueta storia da self made. Fino al colpo d’ala, quello che porta allo schianto o al decollo: per Bizzi, un terreno a Manhattan, al 400 della Fifth Avenue. Un grattacielo da costruire. Lì la strada di questo milanese dall’accento romagnolo (eredità degli anni sull’Adriatico) si incontra con quella di due soci importanti: uno è Giuseppe Garofano, il «Cardinale» dell’epopea Montedison. Gli altri sono i coreani del fondo Honua. Anche loro credono nel progetto. Oggi il grattacielo sulla Quinta è pronto. A novembre, vi aprirà i battenti un albergo della Setai.
Garofano, nonostante quanto hanno scritto i giornali, non ci sarà, accanto a Bizzi nell’impresa Falck: «Non c’entro, non mi interessa e non ci ho messo una lira», dice al Giornale. Ma i coreani, loro sì, ci saranno. E ci saranno soprattutto le coop rosse emiliane, la Ccc di Bologna. Bizzi guida la cordata con la Sant’Andrea, la sua società personale. Ma ci sarà anche la Bi&Di, la società che Bizzi condivide col suo vecchio amico Paolo Dini, (fratello di Claudio Dini, già presidente socialista della Metropolitana di Milano), inventore della Paul & Shark e buon apportatore di capitali. E ci saranno soprattutto le banche, che non vedevano l’ora di trovare qualcuno che si prendesse la gigantesca rogna della ex Falck.
Giorgio Oldrini, sindaco Pd di Sesto San Giovanni, dice: «Non spetta a me scegliere i padroni delle aree. Ma finalmente si esce dall’impasse, abbiamo un padrone. Bisogna dargli fiducia ma senza esagerare. Stiamo a vedere cosa accadrà. Il fatto che su questa storia vigili anche la Procura è una garanzia»: eh sì, perché la faccenda Falck è una parte del complicato risiko economico-giudiziario scaturito dalla crisi del mattone e dal crac della Risanamento di Luigi Zunino, già padrone dell’area. Ultima puntata del risiko, il sequestro dell’altra area di Risanamento, quella di Santa Giulia, infestata dai veleni che le bonifiche non avevano toccato.
Ragion di più per chiedersi: come pensa di farcela, Bizzi? Non era meglio starsene sulla Fifth Avenue, che andare a tuffarsi tra gli scheletri dei capannoni in quella landa desolata e impestata che è la Falck, con costi di bonifica che nel business plan oscillano tra i 150 e i 200 milioni? «Sarei un incosciente se davanti a una operazione come questa non mi tremassero un po’ le gambe», dice lui. «Però mi ricordo quando volevo comprare l’area di New York, e tutti mi dicevano: non ce la farai mai, lì sono degli squali, ti faranno a pezzi. Ho passato notti insonni, certo, ma adesso il grattacielo è lì. Per la Falck è stata la stessa cosa. L’area è sterminata e l’operazione è complessa. Ma se la si analizza freddamente, si scopre che è assolutamente fattibile. Il ciclo del mercato edilizio adesso non è brillante. Ma questa è un’operazione lunga, parliamo tra i dodici e i quindici anni, e di cicli da qui ad allora chissà quanti ce ne saranno». E con i veleni là sotto, come la mettiamo? «Sarebbe stato peggio se l’avessimo presa già bonificata, e per non fare la fine di Santa Giulia dovessimo domandarci se i lavori sono stati fatti bene o male. Invece la bonifica la faremo noi. E la faremo come si deve».