«Vittorio Emanuele II non va promosso»

Il Mil contesta il trasferimento del busto al Senato e vuole indietro il rostro dello stemma

Rino Di Stefano

A distanza di tanti anni da quando rese l’anima a Dio, re Vittorio Emanuele II continua a far parlare i genovesi. Anzi, a farli imbestialire. Questa volta il casus belli è stato il trasferimento del busto di colui che i piemontesi avevano definito il «re galantuomo», ma che non lo era affatto, dal piano terra di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, al più dignitoso primo piano. E cioè nella sala del Risorgimento dove già si trovavano i busti di Cavour, Garibaldi e Mazzini.
Artefici dello spostamento Domenico Fisichella, noto monarchico nelle liste di An e vice presidente del Senato, e il senatore Ds Giuseppe Mascioni. Entrambi si sono presentati al cospetto di Marcello Pera, presidente del Senato, chiedendogli di collocare il busto in una posizione più consona alla statura storica del personaggio. «Vittorio Emanuele II è il padre della Patria - ha sottolineato Fisichella - Risulta al Pantheon dove è sepolto, e all’altare della Patria troneggia al centro il monumento equestre».
Pera, che è notoriamente persona moderata e di buon senso, non ha ritenuto opportuno elencare tutte le «magagne» che di cui l’equestre personaggio si è reso protagonista. Per cui ha dato il suo benestare al trasferimento della statua accanto agli altri protagonisti del Risorgimento italiano. Dopotutto, nel quadretto d’insieme anche quel re ha avuto un ruolo ben preciso.
Pera, però, non aveva fatto i conti con i promotori del Movimento Indipendentista Ligure che quel Savoia proprio non lo possono sopportare. E la ragione principale è che fu proprio lui a essere il mandante di uno dei massacri più cruenti che si siano mai visti sotto la Lanterna: quello del 1849.
Il Mil, inoltre, chiede al Piemonte di «prendersi» la statua che troneggia in piazza Corvetto e di restituire a Genova il «rostro» che compare alla base dello stemma del Comune di Genova e che i Savoia, arbitrariamente, si portarono a Torino. Una richiesta in questo senso era stata fatta anche dal consiglio comunale di Genova nel marzo del ’97.
Ma che cosa accadde esattamente in quei giorni del 1849? E qual era la situazione del momento? Per comprenderla dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, fino al 1848. Siamo nel periodo della prima guerra d’indipendenza, e il re Carlo Alberto, passato alla storia con il soprannome di «re tentenna» per la rapidità con cui era solito prendere una qualunque decisione, era in guerra con gli austriaci che non avevano alcuna intenzione di lasciare l’Italia. Dopo la sconfitta di Custoza da parte delle truppe del feldmaresciallo Radetsky (proprio lui: quello della marcia e delle cannonate sulla folla milanese), la guerra finì con un armistizio che il 12 marzo del 1849 Carlo Alberto denunciò, dichiarando guerra all’Austria. La ripresa bellica durò quattro giorni, dal 19 al 23 marzo 1849. Fu in quel pomeriggio che i piemontesi, comandati da un re imbelle e da uno stato maggiore che brillava soltanto per inettitudine, vennero sbaragliati dagli austriaci. Visto come si erano messe le cose, Carlo Alberto abdicò seduta stante a favore del figlio Vittorio Emanuele II e se ne partì, per non fare mai più ritorno, verso il Portogallo. Il giorno dopo Radetski costrinse il neo monarca a firmare un armistizio in una cascina di Vignale, presso Novara.
Il problema era che già dalla sconfitta di Custoza i democratici avevano capito che sui Savoia era meglio non contare più di tanto. Città come Firenze, Roma e Venezia avevano cercato di darsi una politica più liberale tassando le proprietà fino ad allora esenti; introdussero l’imposta progressiva; abolirono le tasse più impopolari, imposero l’unifomità amministrativa, legislativa e fiscale; abolirono gli ultimi privilegi feudali, garantirono la libertà di stampa, l’uguaglianza religiosa e il suffragio universale. Cioé tutte le cose di cui i Savoia avevano un terrore folle. È in questo contesto che il primo aprile a Genova scoppia una rivoluzione repubblicana che respinge l’armistizio di Novara e costringe i piemontesi a lasciare la città. Nasce così il governo provvisorio della Liguria e il generale La Marmora, lo stesso che a Novara era dovuto fuggire a gambe levate con i suoi bersaglieri superstiti, marciò sulla Superba. Re Vittorio Emanuele II, infatti, definì i genovesi «vile e infetta razza di canaglie» e ordinò a La Marmora di sterminarli. Il 5 aprile, dopo un primo bombardamento dal mare, i fanti piumati, al grido-sfottò di «Dov’è Balilla?», misero a ferro e fuoco l’intera città uccidendo senza distinzione uomini, donne e bambini. Il massacro fu tale che i genovesi per oltre un secolo non vollero vedere bersaglieri a Genova e anche dopo la nascita della Repubblica Italiana soltanto una presenza simbolica di ragazzi genovesi venne inserita nel corpo scelto dei bersaglieri.
Era dunque così necessario portare al primo piano del Senato quel «re galantuomo»?