Vittorio Emanuele II il re degli sciupafemmine

Caro Granzotto, in margine alla vicenda che vide coinvolto Vittorio Emanuele IV, una vicenda davvero deplorevole e che getta ulteriori ombre su Casa Savoia, è stato più volte ripetuto, non saprei se a carico o a discarico della casata, che il bisnonno del nostro eroe, il Vittorio Emanuele primo re d'Italia, ne fece di più e di peggio del bisnipote, mi riferisco ovviamente ai piaceri di Venere. Poiché si è sempre saputo che Vittorio Emanuele II ebbe una amante fissa che poi morganaticamente sposò, la Bella Rosin, cos'è questa storia degli stravizi amorosi? E soprattutto, in tempi felici dove non teneva banco il gossip, come si fa ad affermare certe cose che, se vere, immagino appartenessero alla cerchia del privato?


Ma cosa dice mai, caso Storchi: il pettegolezzo ha accompagnato l'avventura dell'uomo e da ben prima che prendesse alloggio nelle caverne. In quanto poi alla privatezza, se c'era qualcuno al quale faceva difetto questi era il monarca. L'unica differenza col passato è che allora la chiacchiera sui fatti altrui restava circoscritta all'ambiente (pettegolo) che se la scambiava. Oggi se Massimo D'Alema fa, come fece, gli occhi dolci a Condoleezza Rice, dopo mezz'ora lo sa l'intero pianeta (e poco male: contribuisce ad affermare l'immagine dell'italico gallismo. Altro vanto del Made in Italy). Per venire a Vittorio Emanuele II, sappia, caro Storchi, che effettivamente l'uomo fu donnaiolo a tempo pieno, con una netta propensione per le femmine da pagliaio, piuttosto che da palazzo. Sulle quali, intendiamoci, a modo suo faceva colpo («Puzza, è impataccato e ballando mi ha massacrato i piedi. Però fra le sue braccia una donna avverte di essere la cosa più preziosa al mondo». Detto dalla regina Vittoria, che ebbe ospite a Buckingham Palace il Padre della Patria). Riempì di corna la povera Maria Adelaide d'Asburgo, che tuttavia non doveva trascurar troppo, visto che in tredici anni di matrimonio ci fece otto figli. Carlo Dossi, letterato appartenente alla Scapigliatura, uomo politico ed infine diplomatico, lo definiva «viziatore di vergini». Dossi fu il più gran pettegolo del suo tempo e si deve a lui se la fama di sciupafemmine di Vittorio Emanuele travalicò i salotti della Torino bene. Purgato da termini che la decenza non consente di riferire, ecco qualche noterella tratta dal suo Note azzurre.
Vittorio Emanuele fu uno dei più illustri copulatori contemporanei. Il suo budget segnava nella rubrica «donne» circa un milione e mezzo all'anno mentre nella rubrica cibo non più di 600 lire al mese. A volte di notte, svegliavasi di soprasalto, chiamava l'ajutante di servizio, gridando: «Una fumna, una fumna!» (una donna, una donna!) e l'ajutante dovea girare i bordelli della città finché ne avesse una trovata, fresca abbastanza per essere presentata a Sua Maestà. Ad ogni donna che aveva rapporti con lui dava un contrassegno, perché, volendo, si ripresentasse». «Nell'atto amoroso quel Giove terrestre ruggiva come un leone. Amava che le donne gli si presentassero nude con scarpettine e calzette; e fumando sigari Avana si divertiva a contemplarle, mentre gli ballavano intorno. Ma ad un tratto lo pigliava l'estro venereo, e le possedeva tutte». «Una sera scrisse al naturalista Filippi un biglietto così concepito: "Vi prego di mandarmi stasera nel mio boudoir un leone impagliato". E il Leone viaggiò quella sera a corte in una carrozza reale, destinato a chissà quali misteri». «Nelle sue gite di caccia a Valsavaranche era seguito da un harem di donne. Amava sopratutte la Rosina Vercellana e ai figli di lei diceva: "Umberto e Amedeo sono i figli della nazione; voi, i miei"». Uno de' sintomi della sua prossima fine, egli lo sentì pochi giorni prima di porsi a letto, quando disse in piemontese al suo medico Bruno: «Sa, dottore, non mi va più tanto; brutto segno».
Paolo Granzotto