Vittorio Malacalza, il San Raffaele e il coraggio del lutto

(...) mondiale, per i quali chiedeva solamente un’area per impiantare la sua fabbrica a Genova. Per la cronaca, si tratta degli stessi superconduttori che sono uno degli elementi centrali del miracolo scientifico del Cern di Ginevra. Qualcosa che ci avrebbe invidiato mezzo mondo.
Ma Genova, prima ha ignorato la candidatura di Malacalza a presidente degli industriali, nonostante il suo nome fosse uscito largamente maggioritario dalle consultazioni dei tre saggi, con il veto finale, decisivo e surreale di Finmeccanica e Fincantieri, dopo le indicazioni del ministero dello Sviluppo Economico.
Poi, non bastasse, le istituzioni locali - le stesse che parlano in continuazione di lavoro e sviluppo - non sono state in grado di trovargli una banchina e qualche migliaio di metri quadrati di spazio per la sua attività nei superconduttori. E così, mentre a Genova si parlava e si facevano vaghe promesse di impegni futuri, nel frattempo alla Spezia un sindaco che è comunque di sinistra, ma di una sinistra un po’ diversa, come Massimo Federici, in quarantotto ore firmava tutte le ordinanze che hanno portato Asg nella città spezzina. Con il suo prestigio, che è tanto. E con i suoi posti di lavoro, che sono ancora di più.
Raccontare queste storie, credetemi, è raccontare Genova. E Vittorio Malacalza sarebbe uno straordinario sindaco di Genova. Ma, giustamente, ha scelto altro. Preferisce di no, preferisce lavorare.
Lui - imprenditore di quella razza che ama ancora il profumo della fabbrica, di quel mondo ancora fordista che apprezza lo stare in mezzo alla catena di produzione e respirare e condividere l’odore del lavoro - si è preso una serie di rivincite continue. Senza sbandierarle, senza vantarsene, ma semplicemente, andando a Milano. Dove Vittorio, imprenditore doc, ha conosciuto il mondo della finanza. E l’ha frequentato.
In principio, fu Camfin, la finanziaria della Pirelli, dove è a fianco di Marco Tronchetti Provera. E se il patron di Pirelli ha sempre con sè il fascino esotico e global di Afef, Vittorio risponde con il fascino bobbiese, molto local, di Carmelina Bellocchio, sua moglie «Melina», che lo segue nelle sue scorribande fra la val Trebbia e il West, con la stessa passione di suo marito. Sempre un passo indietro, ma sempre decisiva. Sobria di quando la parola «sobrietà» non era ancora diventata uno stantio e noioso luogo comune per parlare dei professori delle tasse e delle accise.
Poi, dopo Camfin, toccò all’ingresso di Vittorio Malacalza nel consiglio di amministrazione di Rcs, il salotto buono dell’editoria milanese. E i passi successivi sono stati il San Raffaele, per il quale oggi è il giorno della verità, in cui si saprà ufficialmente se il gruppo Humanitas rilancerà (ma è praticamente certa la decisione negativa, con eventuale alleanza successiva con la cordata Ior-Malacalza) e Fondiaria Sai, sulla quale la famiglia Malacalza, Vittorio e i figli Davide e Mattia, stanno esaminando silenziosamente il dossier. Impegno totalizzante, che ha addirittura impedito la risposta ai biglietti di auguri per Natale, compreso il nostro.
Ma, detto tutto questo, oggi vogliamo concentrarci in particolare sul San Raffaele. Dove Malacalza entrò il 14 settembre con pochissime righe sulla sua carta da lettera personale, con un distico semplicissimo: «Prendendo spunto dal recente impegno quale consigliere della fondazione Monte Tabor, Vittorio Malacalza ha accolto l’invito della Santa Sede a partecipare al salvataggio del San Raffaele». E poi, una dichiarazione secca, diramata dai Bonnie e Clyde della sua comunicazione Stefania Grazioso e Luca Pezzoni: «Si sta lavorando per fare in modo che il San Raffaele riprenda slancio e continui la sua tradizione di eccellenza. La perdita o dispersione di un tale patrimonio, sia sotto il profilo dell’assistenza ospedaliera che della ricerca scientifica, rappresenterebbe un sicuro danno per l’intero Paese. Questo impegno significa essere partner nel progetto mettendo al servizio competenze ed esperienze maturate in oltre quarant’anni di vita imprenditoriale».
Il resto, l’abbiamo visto in questi giorni. Ed è l’ultimo salto di qualità. Che va molto al di là dell’impegno al fianco del Vaticano per salvare il nosocomio e va proprio nella direzione sottolineata in questi giorni da Vittorio Feltri sulle pagine del Giornale con articoli ricchi di cuore e arricchita da parole nobili come quelle di Massimo Cacciari, con la citazione di don Milani: «Le mani completamente pulite le ha solo chi le tiene in tasca».
Il coraggio e la dignità di stare a vicino fino alla fine a don Verzè, senza rinnegarlo. Basta leggere le dichiarazioni di Vittorio al suo arrivo alla camera ardente: «È stato un uomo eccezionale, vedete tutto quello che ha fatto». E, ancora, dopo aver risposto alle domande su un eventuale rilancio per acquisire l’ospedale, a chi gli chiedeva se si sentiva pronto a raccogliere l’eredita di don Verzè, Malacalza ha replicato: «Forse non ne saremo degni».
Ma proprio il riferimento alle «grandi cose, che sono sotto gli occhi di tutti» è l’atto più forte per rispondere a quelli del giorno dopo, a quelli che dimenticano o fingono di dimenticare, come fosse un noioso inciso, cosa e quanto il San Raffaele abbia significato e significhi per la sanità italiana e forse anche europea. Tanto che, entrando nella basilica del San Raffaele, prima ancora che arrivasse la bara di don Verzè, l’ingegnere di Bobbio che vive a Genova, nonostante Genova, ha detto alla nostra Sabrina Cottone: «Era un uomo eccezionale», azzeccando il miglior aggettivo a disposizione, in un mondo in cui spesso la regola è la mediocrità. E l’eccezionalità è vista quasi come un disvalore, anzichè un grandissimo valore aggiunto.
E poi, sempre a Sabrina Cottone, Vittorio aveva aggiunto parole che facevano già capire come sarebbe andata a finire: «L’impegno continuerà sicuramente. Dopo aver conosciuto don Luigi non si può lasciare, bisogna difendere la sua opera».
Ecco, uno che parla così, anche nei giorni in cui è tutto più difficile, anche quando non è più di moda, a me piace ancor di più.