Viva Orvieto, tutta vino e arte

Il paese, che sorge nella valle del Paglia, deve la sua fama soprattutto al Duomo

Laura Gigliotti

Orvieto, adagiata su una rupe tufacea nel bel mezzo della valle del Paglia, famosa per il suo duomo e il suo vino bianco e a breve distanza da Roma, offre un altro motivo di attrazione, la mostra «Giulio Aristide Sartorio. Il realismo plastico fra Sentimento e Intelletto», aperta fino a lunedì a palazzo Coelli. Voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, curata da De Rosa e Trastulli, propone una visione d’insieme di un artista complesso, danneggiato dalla sua fama di decoratore, che aspetta ancora che qualcuno metta mano al suo catalogo generale.
Nato da una famiglia di artisti, giramondo, appassionato di fotografia, illustratore delle opere di D’Annunzio e di De Amicis, collaboratore di riviste e giornali, membro del Gruppo dei XXV della Campagna Romana (da cui presto si allontana), romanziere, critico d’arte e perfino regista, Sartorio (1860-1932) deve la sua fama al fregio monocromo per l’Aula del Parlamento che realizza con la «tecnica ad encausto, o cera fredda» fra il 1808 e il 1812.
L’ultima rassegna tenutasi a Roma indagava l’attività del soldato-pittore che nel ’15, a 55 anni, parte volontario delle Guide a cavallo nella Grande Guerra. Ferito, rimane due anni prigioniero a Mauthausen e viene liberato per interessamento di Papa Benedetto XV. È il reporter che annota meticolosamente tutti gli aspetti della vita quotidiana al fronte. I quadri che dipinge, alcuni sono in mostra, dai colori acidi e freddi e talvolta monocromi che ricordano il bianco e nero della fotografia, conservano la freschezza della visione istantanea sfiorando addirittura l’astrazione per essenzialità e modernità di tratto.
Settantaquattro le opere in mostra a Orvieto. Quelle simbolo della sua produzione «Abisso verde», «La famiglia» e gli studi preparatori per i monumentali fregi monocromi della sala del Lazio nella mostra milanese per l’inaugurazione del valico del Sempione nel 1906 e quelli per il fregio dell’aula di Montecitorio. Pittura in forma di scultura che tre alimento dalla sua cultura nutrita di antico. Numerose le opere inedite o raramente viste, che ci restituiscono la fisionomia del paesaggista oscurata dalla fama del pittore ufficiale. Opere che mostrano tutta la sapienza tecnica del pittore, scultore, incisore, che si cimenta con successo oltre che con il raffinato encausto, con l’olio, la tempera, l’acquaforte, la china, il pastello. Una tecnica quest’ultima a cui viene iniziato da Michetti che gli presta la sua scatola di pastelli. «È così che diventai paesista», scrive in una lettera. E sono proprio i pastelli, talvolta uniti alla tempera, a fare di Sartorio uno dei massimi interpreti della pittura di paesaggio a Roma. Soprattutto quando il soggetto è il grandioso scenario dell’Agro con le sue pecore, i suoi bufali, gli scorci del Tevere e di tratti di costa, Anzio, l’Isola Sacra, gli umili trasporti di travertino, il Lago di Nemi, la deserta campagna romana.
Orvieto, Palazzo Coelli, piazza Febei 3, tel. 0763-393835. Orario: dal martedì alla domenica 10-18. Fino a lunedì.