"Viva gli spaghetti western" spot di Tarantino per Venezia

La nuova edizione della mostra sdogana il genere "cult" degli anni '60 e '70. Giuliano Gemma: "Rivediamolo senza snobismo". Bud Spencer: "Ai tempi di Trinità eravamo poverissimi"

Roma - Non si sa bene chi abbia coniato la dizione «spaghetti western», ma di sicuro gli americani ci ricamarono sopra se in una celebre copertina di Time Sergio Leone finì immortalato col barbone a forma di pastasciutta. Giustamente Marco Müller preferisce la formula «western all'italiana», più letterale e meno peggiorativa, come attesta il titolo della retrospettiva curata da Marco Giusti e Manlio Gomarasca nel quadro della 64esima Mostra veneziana. Il faccione sghignazzante di Tomas Milian, scaltro Cuchillo di tanti western terzomondisti di deriva sessantottina, riassume sul manifesto il senso della rassegna, che sarà inaugurata in pompa magna dalla versione restaurata di Per un pugno di dollari. Naturalmente l'omaggio scaturisce da un amore cinefilo totale, sfegatato, a un passo dallo stracult, infatti Giusti sposa con involontaria malizia il «padrinaggio» di Tarantino confessando: «Il suo gusto è identico a quello che avevo io a dodici anni». Per la serie, non c'è niente da rivalutare, era grande cinema popolare, spettacolo puro, ingegnosamente italiano, rivediamolo e ci sarà da divertirsi, alla faccia dei critici che non capirono.

Eppure ci si chiede: il mitico filone, fatta salva l'impressionante adesione di pubblico, resta davvero esteticamente così indiscutibile? Per un Tarantino che in videomessaggio (Telecom Progetto Italia organizza con la Biennale) teorizza che «il western all'italiana è un genere fra i più grandi, per quanto ne so, nella storia del cinema mondiale», c'è un Tullio Kezich che non ha mai smesso di detestarlo, «per la sua irragionevole moltiplicazione di nefandezze, i suoi idoli provvisori, il suo procedere a tentoni in una direzione suicida». Il dibattito è aperto, anche se vedrete che alla fine il gioco del revival, a base di festose proiezioni notturne, avrà la meglio sul confronto critico.

Trentadue i titoli scelti tra una massa di 450: si parte un po' incongruamente con I sette del Texas di Joaquín Luis Romero Marchent (1965) per arrivare a Keoma di Enzo G. Castellari (1976). In mezzo, «classici» come Il ritorno di Ringo di Duccio Tessari, Django di Sergio Corbucci, Tepepa di Giulio Petroni e Lo chiamavano Trinità di Enzo Barboni, ma anche rarità come Un fiume di dollari di Carlo Lizzani (Lee W. Beaver), La vendetta è un piatto che si serve freddo di Pasquale Squitieri (William Redford) e Sugar Colt di Franco Giraldi (Frank Garfield). Non sorridete degli pseudonimi anglofoni. Era la regola. Non per niente Leone firmò il suo primo western come Bob Robertson, salvo poi riscoprire la propria identità con Per qualche dollaro in più.

Ne sanno qualcosa anche Giuliano Gemma, alias Montgomery Wood, e Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer, chiamati ieri mattina a fare da affettuosi testimonial. Classe 1938 il primo, classe 1929 il secondo, i due beniamini del pubblico non hanno deluso le attese. Gemma, consegnato al successo pieno da Una pistola per Ringo dopo tanti «sandaloni» mitologici, plaude all'operazione spiegando: «Mi fa molto piacere che il genere sia rivisto senza ombra di snobismo». Mentre Pedersoli rievoca la povertà assoluta in cui nacquero quei film. Trinità lo girammo metà alla Magliana, metà a Carsoli, in Abruzzo. Non c'erano roulotte per gli attori, ci si riposava dentro un pullman pieno di materassi al posto delle sedie». E quello pseudonimo? «Pensavo che il gioco sarebbe durato poco. Così presi il nome da una birra che bevevo volentieri e il cognome da Spencer Tracy. Invece ne feci altri quindici».

Piccola curiosità: tra i film recuperati c'è Il grande duello di Giancarlo Santi, 1972, dove il futuro giornalista musicale dell'Espresso Alberto Dentice rivaleggiò con Lee Van Cleef facendosi chiamare Peter O'Brien. Urge rimembranza.