Viva Zapatero, abbasso Petruccioli

Luca Telese

da Roma

Lucia Annunziata sorride: «Non sono andata a vederlo, ma non mi dispiace che Sabina Guzzanti mi abbia messo alla berlina in una scena. Non è un film. È il simbolo di una battaglia politica tra due sinistre, e io mi ritrovo sul banco degli imputati... Ma in ottima compagnia». Luciano Violante - la notizia è di queste ore - non ha fatto nessun commento, ma si è fatto rappresentare addirittura da un avvocato. Con una richiesta insolita: la diffida al trasmettere la sua immagine nel lungometraggio. Chissà come andrà la battaglia legale, se si arriva davvero in tribunale. Il film in questione è Viva Zapatero, di Sabina Guzzanti. Da 38 a 70 sale, tre settimane di programmazione, quasi 800mila euro di incasso, un piccolo caso: un prodotto cinematografico che si è trasformato in querelle, il segno di un malessere profondo che attraversa il popolo dell’Unione, la sua base, sempre più radicale e di nuovo arrabbiata con il suo gruppo dirigente.
Soffia di nuovo vento girotondino, insomma. Non è un caso che sabato scorso Claudio Petruccioli abbia scelto di non andare al convegno sulla libertà di informazione di Micromega a Roma. All’ultimo momento ha avvertito il rischio di un processo e si è sottratto all’intervista a due della stessa Guzzanti e di Marco Travaglio: «Sono per loro - ha scritto - un’icona da infangare e da distruggere». Ma nemmeno lui, forse, immagina quello che sarebbe potuto accadere, visto quello che sta succedendo in questi giorni nei cinema che programmano il film. Il pubblico di sinistra sembra avere inaugurato un nuovo sport: fischiare e ridere non appena sullo schermo appare la faccia del presidente della Rai. I film sono così, acquistano vita propria strada facendo, trovano una loro anima al contatto con la sala. E Viva Zapatero è andato oltre la sua ambizione originaria (quella di diventare un Michael Moore italiano) trasformandosi in un manifesto politico. È incredibile andare al cinema e vedere cosa succede in sala quando si vede il presidente della Rai che risponde a una domanda semplice («Nella Rai esiste la censura?»). Sullo schermo appare un Petruccioli, ripreso dal basso, che calibra le parole: «Si può dire... che... nella Rai... c’è una certa... restrizione del pluralismo». Poi una pausa: «... ma dovrei argomentare meglio». Non l’avesse mai detto: da quel momento per lui solo pernacchie. Non va meglio a un terzetto di leader dell’Ulivo - Massimo D’Alema, Francesco Rutelli e Antonio Bassolino - accompagnati dalla considerazione «la sinistra risponde a modo suo» e immortalati in un quadretto strapaesano mentre cantano sul palco di una Festa dell’Unità una canzoncina popolare (leggerezza imperdonabile di fronte alla gravità della situazione, suggerisce la regista). La Annunziata, perlomeno, risponde con schiettezza disarmante all’agguato gabibbesco: «Tu a me mi hai dipinto come una meridionale con gli occhi storti che non conta un cazzo!». Oggi aggiunge: «L’ho detto. E ho anche aggiunto a Sabina: “Io alla fine mi sono dimessa, se fossi una persona onesta dovresti rivedere il tuo giudizio su di me”. Perché questa parte l’ha tagliata?». Lei e Petruccioli, in compenso, appaiono in foto per tutto il film, un tormentone scandito dall’epigrafe: «Alla presidenza della Rai viene messa una persona che gode della fiducia del governo Berlusconi». E poi c’è il quadretto dedicato al presidente dei deputati Ds Violante: di lui va in scena un frammento dell’intervento tenuto alla Camera durante il dibattito sulla legge Frattini (22 febbraio 2002). Quando lo si sente pronunciare la frase «Come tutti sanno, a partire dal dottor Letta, noi avevamo fatto un accordo per cui non avremmo toccato le televisioni di Berlusconi. Durante il nostro governo i profitti di Mediaset sono aumentati di venticinque volte». Capirai, contro di lui è l’inferno.
I dirigenti dell’Unione, che consideravano Viva Zapatero un prodotto di satira (ahi, ahi), lo hanno sottovalutato: oggi dovranno individuare contromisure, possibilmente più efficaci della carta bollata. Scherza Lucia Annunziata: «Se prendo la telecamera io....». Si attende un Michael Moore riformista.
Luca Telese