Vivarelli, le «colpe» di uno storico che crede all’Europa

La storiografia italiana soffre da sempre di elitismo. Quando parla e, ancor più quando scrive, pensa sempre e solo agli addetti ai lavori. Ciò le assicura per lo più serietà di metodo e professionalità di impostazione. Ma la condanna al contempo a non parlare al largo pubblico. Difficilmente lo storico italiano si cimenta in riflessioni e, ancor meno, in sintesi di ampia portata. Sono dietro l’angolo, pronte a colpire, l’ovvietà e la superficialità: ostacoli sempre incombenti quando lo studioso si spoglia dei panni del ricercatore per indossare quelli del divulgatore.
Tutto questo per dire che c’è più di un motivo per accostarsi armati di una certa dose di scetticismo di fronte alle odierne frequenti uscite di sintesi storiografiche, di norma rivolte al sicuro mercato scolastico, anche quando si mobilitano competenze sicure. Non è facile uscire salvi dall’obbligo della semplificazione, dall’assillo di editori preoccupati di entrare nel profittevole mondo della scuola, dai persistenti vincoli burocratici posti dalla macchina ministeriale. Non a caso la stampa specialistica, e quasi sempre anche quella più generalistica, snobbano opere di questo genere. Non è quanto è stato riservato a I caratteri dell’età contemporanea di Roberto Vivarelli (Il Mulino), un volume evidentemente rivolto anch’esso anzitutto al pubblico degli studenti universitari, l’unico obbligato a leggere libri di storia. L’autore è uno studioso universalmente conosciuto e apprezzato nel mondo accademico per la qualità della sua produzione storiografica e per la serietà - serietà non solo nella cura riservata all’investigazione di letteratura e fonti, ma anche nel senso più spicciolo di severità di stile che nulla concede al gusto della facile polemica e, tanto meno, del conformismo intellettuale.
Anche a quest’ultima fatica di Vivarelli sarebbe probabilmente toccata la stessa sorte che viene riservata a tutte le opere sospettate di un fine divulgativo: di essere magari molto vendute ma poco considerate. Ha avuto invece la sfortuna - o forse la fortuna, perché ha acceso la polemica - di incappare nella penna acuminata e raffinata, ma troppo spesso intinta nell’inchiostro di una faziosità scambiata per passione civica quando tratta di temi caldi della nostra storia recente, di Sergio Luzzatto (su Il Corriere della sera dell’11 maggio). Ai suoi occhi Vivarelli aveva già la colpa di essere stato un «imberbe masnadiere», ossia un giovanissimo volontario della Rsi. Di tale passato peraltro egli non ha fatto mistero mettendola anzi al centro di una coraggiosa, sincera confessione, al tempo stesso sofferta ed esente da facili pentitismi, nel memoriale La fine di una stagione (Il Mulino, 2000) in cui ripercorre senza infingimenti la sua scelta di andare a Salò «a cercar la bella morte». La colpa di cui si sarebbe macchiato - si badi bene - è di avere indossato la camicia nera, non di avere firmato studi condiscendenti con il fascismo, al quale anzi ha riservato una riflessione più che trentennale producendo pagine tra le più meditate della letteratura sul tema, appunto per approdare - a ragion veduta, è il caso di dire - alle spiagge di un pensiero democratico liberale.
Dopo quella auto-riflessione di «nazifascista impenitente» - una definizione preventiva che è già una sentenza di condanna - evidentemente l’ex-allievo attendeva al varco il suo ex-professore. Per tre quarti del saggio, finché cioè si parla di Riforma e Controriforma, di Occidente e democrazia, di fascismo e comunismo, Luzzatto consente con l’autore apprezzando il fatto che l’ultrasettuagenario studioso si sia deciso a smettere i «panni svergognati» (sic!) indossati cinque anni prima. Dove il consenso vien meno, dove il «sollievo» per la buona strada ritrovata cede il passo all’invettiva, è quando Vivarelli, a coronamento della riflessione condotta sugli orizzonti aperti della contemporaneità, affronta di petto la questione cruciale eppur vitalissima delle radici storiche dell’attuale crisi di valori e d’identità dell’Occidente democratico.
Ricorrendo al facile quanto abusato espediente retorico di banalizzare la tesi dell’avversario per averne facile gioco, Luzzatto riduce l’argomentata riflessione del «riconosciuto maestro degli studi storici» alla semplicistica equazione illuminismo=relativismo=«radice di tutti i nostri mali». Lo studioso del fascismo sostiene invece che la democrazia abbia - e debba conservare, pena il suo inaridimento in un relativismo nichilista - uno statuto morale, che «la moderna idea di libertà sia nata sul terreno religioso», che storicamente «questa civiltà occidentale» abbia trovato la forza di imporsi come modello nel mondo in forza del suo originario «spirito cristiano» e di un «concetto antropologico “alto”». Una tesi di tal fatta potrà anche non risultare convincente. Potrà anche essere esposta al pericolo di facili strumentalità politiche. Ma, certo, non ci si mette sulle orme della miglior tradizione del pensiero laico né si offre un saggio del miglior magistero cristiano quando si sottrae all’avversario persino la dignità culturale di interlocutore.