«Vivo nel bazar dei set cinematografici»

«Sono nato qui, ho frequentato le scuole italiane non ho mai avuto problemi di integrazione»

«Da noi si rivolgono i giornali, la tivù e il cinema quando devono creare dei set cinematografici e delle ambientazioni particolari. Per il film Nirvana di Salvatores abbiamo fornito tappeti, mobili, lampade e oggetti di arredamento. Dovevano riprodurre la piazza di Marrakech. Per la Passione di Cristo invece abbiamo messo a disposizione gioielli, accessori e abiti etnici».
Christian Yohannes Primo è il figlio trentaduenne di Giovanni Primo, uno dei primi (nomen omen) importatori all'ingrosso di mercanzie etniche in città. Quella di suo padre Giovanni è una storia che parte intorno agli anni Sessanta, quando di immigrati nordafricani a Milano se ne vedevano pochi. Nato ad Asmara nel 1942 da padre bolognese e da madre eritrea, Giovanni è venuto in Italia per il servizio di leva e non se ne è più andato. Ha cominciato a lavorare nei mercatini, in seguito ha conosciuto sua moglie (di Chiavenna), hanno messo al mondo un figlio e una figlia e un piccolo impero. Il magazzino Aoc 34 è un enorme capannone in via Confalonieri 34 in cui si trovano i prodotti artigianali da tutto il mondo. Mentre il patriarca Giovanni è in giro per il mondo a selezionare ed acquistare la merce, moglie e figli si occupano del bazar.
Vi conoscete tutti a Milano?
«Mio padre è un personaggio noto della comunità eritrea. Fin dall'inizio è stato un punto di riferimento per le varie ondate di immigrati da tutta l'Africa. Lui dava la merce in conto vendita e li aiutava ad avviare un'attività là dove vedeva che c'era buona volontà».
Secondo lei oggi è più difficile integrarsi per un immigrato rispetto al passato?
«Per me è difficile dirlo, io sono nato qui, in una famiglia benestante, non ho mai avuto problemi. Ho frequentato le scuole italiane, mi sono iscritto all'università, ho amici da tutto il mondo. Penso comunque che in passato nei confronti degli immigrati ci fosse meno diffidenza perché erano pochi. Oggi, con i flussi migratori massicci, ci sono più pregiudizi, talvolta anche giustificati»
Lei è figlio di una coppia mista. Si sente più italiano o eritreo?
«Ho una doppia appartenenza e non potrei rinunciare e nessuna delle due. Mi piacciono i ritmi lenti quando vado in Eritrea. Ma non potrei fare a meno dei tempi veloci e stimolanti di Milano».
Parla l'eritreo?
«Il tigrino? Purtroppo no, non me l'hanno insegnato».
Come vede il futuro di Milano rispetto all'immigrazione?
«Bene, ma ci vuole tempo per abbattere certi pregiudizi. Un italiano che delinque viene tollerato di più rispetto a uno straniero. E questo non è giusto».