Il vizio antico di Cofferati

Per decisione del sindaco il partitino di Fiamma tricolore non disporrà a Bologna d’una piazza in cui tenere un suo comizio elettorale. Nelle motivazioni addotte da Sergio Cofferati per legittimare il suo rifiuto l’ipocrisia burocratica s’intreccia al settarismo ideologico. Non c’erano piazze disponibili, spiega Cofferati, ma quand’anche ci fossero state era giusto negarle a un movimento neofascista, con il rischio di disordini (il richiamo a quanto è accaduto a Milano diventava qui obbligatorio: tuttavia con una lettura singolare che individuava i maggiori responsabili di quei gravissimi atti di teppismo nella sparuta schiera di neofascisti che ne era stata oggetto).
Il niet di Cofferati ha avuto la tripudiante approvazione del centrosinistra, con le eccezioni di quel matto galantuomo che ha nome Marco Pannella e di quel verde coerente che ha nome Marco Boato. Enrico Boselli della Rosa nel pugno (che pur si atteggia a liberalsocialista) ha commentato: «Cofferati ha voluto evitare scontri e Bologna ha uno spirito antifascista molto forte». Traduzione in chiaro. All’insegna dell’antifascismo e della pubblica quiete è lecito vietare ciò che la legge non vieta, e che di solito viene concesso a gruppuscoli antagonisti il cui unico notorio scopo è quello di menar le mani e mettere a soqquadro le città.
Non ho simpatia alcuna, e penso di essere in numerosissima compagnia, per i residuati - molesti ma tutto sommato innocui - d’un fascismo il cui decesso risale a sessant’anni or sono; e preferisco, come ogni benpensante, che non ci siano tafferugli e vandalismi. Mi sembra tuttavia tartufesca la riluttanza di personaggi e partiti che si proclamano tutori fervidi della Costituzione e dei diritti politici a tutelare i diritti stessi qualora riguardino la destra, in particolare la destra estrema. Di quest’ultima è lecito, anzi saggio, ripudiare le idee. Ma è sopraffattorio l’impedire che vengano espresse. Lo sceriffo Cofferati, meritevole d’elogi per alcune sue prese di posizione antidemagogiche, torna con questo divieto nella scia del vecchio Pci: che nel suo feudo bolognese proibiva, tempo addietro, i comizi di Almirante. Adducendo già allora i pretesti che tornano di moda oggi.
È un vizio o un vezzo della sinistra quello d’essere garantista a intermittenza: il che le è consentito da uno spregiudicato uso - e abuso - dell’antifascismo. Un uso secondo cui le città medaglia d’oro della Resistenza hanno una sacralità - scritta soltanto in misteriosi codici rossi - che non deve essere contaminata. È il caso di Bologna. È il caso di Genova dove nel 1960 furono scatenati tumulti per rendere impossibile un congresso del Msi, e dove la lotta alle defunte dittature nere fu evocata perfino durante le violenze contro il G8, ossia un vertice di Stati democratici. La legge e l’ordine devono avere massima attuazione. Ma non al prezzo della abdicazione d’un Paese ai suoi doveri e ai suoi diritti: tra i quali è inclusa la libertà di propaganda per i partiti ammessi a una competizione elettorale.
I no global di varie sfumature promettevano di mettere Bologna a ferro e a fuoco se la Fiamma tricolore vi avesse posto piede. Questi si chiamano annunci d’eversione e sono, nella loro tracotanza, intollerabili. Diversamente da Cofferati, il sindaco di Padova Flavio Zanonato - lui pure di centrosinistra - ha autorizzato un comizio di Fiamma tricolore previsto per domani: chiarendo che a suo avviso i fascisti non dovrebbero esistere, ma che poiché esistono possono sfilare. Naturalmente i centri sociali hanno lanciato appelli a una mobilitazione di massa contro il pericolo totalitario incombente sull’Italia per la presenza di qualche decina, al massimo qualche centinaio di skinhead e militanti di «Padova s’infiamma». Certo per le autorità può essere comodo, e rassicurante, mettere al bando questa manifestazione, evitando così anche le contromanifestazioni. Ma se lo si fa per la Fiamma tricolore bisogna farlo anche per i cortei ribelli, vocianti, e all’occorrenza devastanti degli innumerevoli fancazzisti di sinistra. Se la democrazia impone anche la protezione degli imbecilli, degli sconsiderati, degli esaltati, che la regola valga per tutti. O per nessuno.