Il vizio dell’allenatore: con 700 euro si era preso un «fiore»

Il prezzo fissato dalla madre del bimbo: oltre a subire le violenze doveva fare le pulizie

Felice Manti

da Milano

L’inchiesta di Roma ha messo in luce la sua doppia vita. L’allenatore di calcio arrestato dalla Squadra mobile di Roma si era tenuto per sé un ragazzino, vittima dei suoi abusi. Quel «piccolo fiore», come l’aveva definito, l’aveva «pagato» un anno fa 700 euro. Un prezzo fissato dalla stessa madre del bambino per quel «piccolo fiore» o «diamante», come la banda aveva deciso di definire, in codice, le piccole prede sessuali.
Nel suo appartamento, sono stati sequestrati circa 200 videocassette con le immagini dei rapporti sessuali. La sua infame alcova era diventata, secondo gli inquirenti, uno dei punti di incontro della rete di pedofili. Il destino della piccola vittima era quello di soddisfare i suoi istinti sessuali. E non solo. L’orco aveva deciso di assegnargli anche i principali compiti domestici, come cucinare e fare le pulizie.
Il suo ruolo, secondo il materiale audiovisivo sequestrato e tutt’ora al vaglio della Polizia, è emerso anche grazie alla testimonianza del bambino. Nell’ordinanza del gip si legge che «l’uomo ha condotto nella sua abitazione diversi bambini con i quali ha poi avuto rapporti sessuali, ponendo alcuni di essi in stato di incoscienza, attraverso la somministrazione di sostanze narcotiche».
Ad incastrare la banda dei pedofili però sono state anche le intercettazioni telefoniche tra i 12 italiani e i sei romeni. «Quello è bravo bravo, come piace a noi, di una bravura favolosa», dice uno degli indagati a un suo complice, riferendosi alla particolare abilità di uno dei 200 ragazzini vittime della violenza pedofila. Gli indagati sapevano di essere sotto controllo, di avere sul collo il fiato della polizia, allertata da quella telefonata degli uomini del Servizio sociale del Comune di Roma. In una telefonata, uno degli indagati ammonisce il suo complice sul pericolo che «le guardie dei bambini» possano scoprire il loro giro.
Un giro che, secondo quanto è emerso dai tabulati telefonici, si basava sulla complicità dei genitori dei piccoli romeni. Stando ai brogliacci a disposizione della magistratura, è indubbio che tra i pedofili e le famiglie degli oltre 200 bambini coinvolti, ci fosse una forte complicità. «Lo dicono tutti, pure il padre di... questo lo sa, e gli sta bene». E ancora: «Il padre di... lo sa che io andavo con lui. A loro basta che gli dai i soldi». Frasi che evocano uno scenario di degrado e di violenza già all’interno dei nuclei familiari degli zingari, in un campo rom diventato un vero e proprio supermercato della pedofilia. «Lo sanno tutti - dice un italiano a un connazionale - ma sono loro che ce li mandano. Lo fanno per i soldi. Tutti fanno le marchette...».
La «caccia» al bambino, secondo le trascrizioni delle conversazioni tra i pedofili, aveva una sua liturgia. Secondo la ricostruzione fatta dagli uomini della Squadra mobile romana, uno degli italiani si era presentato, come altri suoi complici nel corso degli ultimi mesi, in quel maledetto campo rom. «Hai lavorato per me? Hai trovato i pischelli?» era la parola chiave. «Oggi sono in cerca di un pischelletto carino», dice l’italiano all’infame «mediatore» romeno. Poi la trattativa con uno degli zingari arrestati ieri era semplice: «Raggiungimi alla fontanella». Una volta fissato il prezzo, l’italiano chiedeva al romeno di avvicinare la sua preda. Poi l’ordine di prendere un ragazzetto e accompagnarlo alla fontanella del campo rom «con la scusa che ci annamo a piglià un gelato». Un gelato da 700 euro.