Vizzini: "Il no del Colle è più che legittimo, ma volevamo dare più garanzie"

Carlo Vizzini è rientrato a Palermo per il weekend, ma tutta la sua giornata trascorre al telefono per preparare le contromosse alla lettera del capo dello Stato sulla «irragionevolezza» di alcuni passaggi del Lodo Alfano costituzionale.
Lei è relatore del provvedimento, oltre che presidente della commissione Affari costituzionali del Senato: l’ha sorpresa l’intervento di Giorgio Napolitano in questa fase dell’iter legislativo?
«Non mi ha sorpreso, perché le osservazioni del presidente della Repubblica sono impeccabili e legittime. Il Parlamento continuerà il suo lavoro, tenendone conto. Paradossalmente, avevamo introdotto il meccanismo del voto delle Camere alla sospensione dei processi proprio per la nostra buona volontà di dare una garanzia aggiuntiva».
Per il Quirinale, però, decidere in seduta comune e a maggioranza semplice se concedere o meno lo scudo giudiziario riduce l’indipendenza del capo dello Stato.
«Io guardo alla sostanza delle cose e non sollevo obiezioni, visto che ciò che ci segnala Napolitano riguarda lo status del presidente della Repubblica. Devo dire che abbiamo pensato alla maggioranza semplice e non a quella assoluta prevista dalla Costituzione per la messa in stato d’accusa, perché è quella richiesta per l’arresto e l’uso delle intercettazioni telefoniche, cioè questioni più pesanti, ed era quella per l’autorizzazione a procedere prima del ’93».
E non vi è venuto il dubbio di un contrasto con l’articolo 90 della Costituzione, quello ricordato dal Quirinale?
«No, perché il Parlamento in questo caso non deve entrare nel merito del processo, ma stabilire solo se deve essere sospeso temporaneamente fino alla fine del mandato. Come è successo all’ex presidente Chirac in Francia, che oggi viene processato per fatti che risalgono a quando era sindaco di Parigi. Devo dire che a luglio Stefano Ceccanti, costituzionalista e senatore Pd, propose un emendamento per rendere automatico il blocco dei processi solo per il capo dello Stato, lasciando il passaggio parlamentare per il premier. Fu molto criticato e, credo con l’accordo del suo partito, lo ritirò. L’altra sera ho parlato con lui, visto che siamo buoni amici pur se avversari politici e scherzosamente gli ho detto: “Avrei voglia di dire ai miei di ripresentare il tuo emendamento”».
Sarebbe la soluzione del problema sollevato da Napolitano?
«Certo, sarebbe risolutiva. Ma non so quale strada si deciderà di seguire. La decisione non è più solo tecnica, ma dev’essere politica».
Il Pdl ha già detto, però, che c’è disponibilità a modificare il ddl. Come si procederà?
«I termini per gli emendamenti in commissione sono chiusi, salvo che per il relatore. Ma io non intendo presentare un emendamento, saranno le forze politiche a decidere come procedere. Martedì prenderemo semplicemente atto della lettera del capo dello Stato in Commissione, ma non si aprirà alcun dibattito. Non possiamo mica discuterne come se fosse un emendamento. Se poi i gruppi politici mi chiederanno di riaprire i termini per la presentazione di emendamenti, non mi opporrò».
Berlusconi ha detto che potrebbe chiedere di ritirare il lodo.
«Il provvedimento non è del governo, ma di iniziativa parlamentare e non mi risulta che il Pdl intenda ritirarlo. La frase del premier può nascere da un momento di stanchezza, perché ogni cosa che si fa a garanzia delle sue funzioni costituzionali viene sempre riferita a lui come persona».
Per qualcuno il Quirinale avrebbe dei dubbi anche sulla reiterabilità dello scudo. Ora l’opposizione attacca e anche i finiani sono contro.
«Non mi risulta nel modo più assoluto. E nella lettera di Napolitano non c’è nulla su questo aspetto. Per noi, lo scudo deve essere reiterabile sia per lo stesso mandato che nel passaggio a un altro ruolo protetto».
E l’esclusione dei ministri, che rafforzerebbe lo status del premier?
«Non lo rafforza, oggi è già diverso: c’è un’indicazione popolare nella scelta del premier, anche se non c’è l’elezione diretta. E ciò lo distingue dai ministri, che proprio lui indica al Quirinale. È lui che, se sfiduciato, provoca la caduta del governo. Mentre la mozione di sfiducia individuale a un ministro non ha gli stessi effetti».
Questa legge va incontro a un referendum, non vi preoccupa?
«Affatto. Credo che dovremo chiederlo noi prima degli altri, perché è giusto che il popolo si esprima su una modifica così importante. E può darle più forza».