La voce di Domingo esalta Cyrano Milano spera che non sia un addio

Naso, pennacchio e spada, Cyrano de Bergérac si è esibito sul palcoscenico della Scala: impersonato da Placido Domingo, ha avuto affetti e applausi dagli spettatori. Che alla fine, sciamando, confidavano l'un l'altro di sperare che, se proprio il grande tenore deve congedarsi da noi finito il ciclo memorabile della sua arte straordinaria, lo faccia con un'altra opera, un po' meno dimenticabile.
Questo Cyrano musicato da Franco Alfano, egregio musicista sessantenne, e rappresentato nel 1936 prima in italiano a Roma e poi nella lingua francese originale del libretto a Parigi, è un nobile esempio di come si tentasse coraggiosamente di prolungare l'eco romantico e l'eloquenza verista in un secolo che ormai aveva imparato a cercarsele riprendendo come nuovo il repertorio del passato; intento generoso, da incoraggiare per stima degli autori; il guaio è che anche adesso ascoltando li incoraggiamo come se dovessimo compiere una buona azione e alla fine li mettiamo nello scaffale della cultura, che sta vicino a quello della memoria, ma separato.
Il Cyrano della fonte di Rostand, quello delle serenate e delle lettere dal fronte cantate e scritte a Rossana a nome di un bell'ufficialetto imbranato che ella ama, sacrifizio autolesionista perché anch'egli ama la stessa donna, è un guascone eroico e violento, ed ha il complesso d'un enorme naso un po' ricurvo all'insù nel lontano Seicento ancora ignaro della plastica facciale. Alfano gli attribuisce una felice aristocrazia musicale nelle parti più liriche, facendoci ricordare però la famosa frase di Puccini «È inutile che uno si decida per la melodia, se la melodia non si decide per lui»; e celebra le sue virtù appiccicando episodi di valore e racconti di gloria, fino a quando, morendo anziano accanto a lei che solo allora capisce ahimè l'equivoco crudele, approda a un canto toccante alle soglie del parlato, che l'orchestra asseconda, e che Domingo esalta, con la mitica voce bene risparmiata, e da vero grande attore.
La Scala ci offre l'opera in una produzione che unisce Metropolitan e Covent Garden: non so se l'abbia fatto apposta per mostrare come in quegli autorevoli teatri stranieri siano polverosi gli allestimenti: nelle scene sommariamente e gradevolmente tradizionali e descrittive di Davison e con i costumi sontuosi e prevedibili di Yavich, i cantanti smanacciano aiutandosi con cappelli, e spade, come vuole la regista Francesca Zambello; Sondra Radvanosky canta con incisività felice l'impegnativa parte di Rossana, ma sventaglia quanto può e se deve dire «qui» fa segno per terra; Pietro Spagnoli si distingue come al solito, questa volta nella parte del cattivo; German Villar dà giuste note al pallido amoroso. Con la consueta calma, e con qualche fracasso, dirige Patrick Fournillier. Quanto al bacio come apostrofo rosa fra le parole t'amo, che abbiamo tante volte letto nelle citazioni culturali e nei biglietti che avvolgono i cioccolatini, nell'opera non c'è traccia.