Una voce dal sapore di sale

A settantun anni compiuti la scorsa settimana, quarantacinque dei quali dedicati alla musica, Gino Paoli è il padre riconosciuto - «il proto-cantautore», lo definiva un ammirato De André - del cantautorato nostrano. Nato a Monfalcone ma genovese d’adozione, esordì nel ’60, scoperto da Gianfranco Reverberi e Nanni Ricordi, dopo aver fatto il pittore e il grafico pubblicitario: La gatta partì come un flop, poi divenne un travolgente successo. Mina cantò Il cielo in una stanza, sette milioni di copie vendute, e Ornella Vanoni fece sua Senza fine, entrambe portando alle stelle la fama del giovane ligure dalla voce roca, miope e schivo, che cantava imitando il languore dei gatti e rivoluzionò la canzone italiana: «non per scelta, ma perché, a scrivere e a cantare nella maniera tradizionale, non ero capace», dice oggi Paoli.
I successi si susseguirono: ecco nel ’63 il milione di copie di Sapore di sale, e la colonna sonora per un film dell’esordiente Bernardo Bertolucci, Prima della rivoluzione. Poi le musiche per Emmetì, di Luigi Squarzina, in scena allo Stabile di Genova con Lea Massari, Ivo Garrani e Paolo Ferrari. Squarzina, nell’occasione, parlò di «piccola voce accanita che difende l’amore nel freddo frastuono della civiltà neocapitalista». Seguì un periodo di stasi, e il rilancio a metà degli anni Settanta, con I semafori rossi non sono Dio, Il mio mestiere e un concerto romano, al Pincio, accolto inaspettatamente da ventimila spettatori.
Il resto è una serie di album fortunatissimi - La luna e il signor Hyde, Cosa farò da grande, All’est niente di nuovo - e di hit come Una lunga storia d’amore e Quattro amici al bar. Con due tour, trionfali, al fianco di Ornella Vanoni, compagna e ispiratrice all’alba degli anni Sessanta: il primo vent’anni fa, il secondo salpato lo scorso febbraio, e in corso fino al febbraio prossimo.