Una voce a Torino: la Juventus è in vendita

Alla base di un’eventuale cessione, costi non più sostenibili, immagine macchiata e contratti pubblicitari e televisivi da ridiscutere alla luce della quasi certa retrocessione

Tony Damascelli

Che cosa sta accadendo a Torino? La Juventus in C o in B, comunque retrocessa addirittura per richiesta dei suoi avvocati difensori, gli ex dirigenti al gabbio sportivo, i calciatori bianconeri che salutano ed emigrano, vanno dove li porta il conto corrente, le ultime voci che riprendono antichi rumori: l’Ifil non sarebbe più intenzionata a proseguire gli investimenti nel club, anzi sarebbe orientata a dismettere, a vendere, se la Juventus dovesse essere condannata definitivamente alla serie C. La stessa Ifil ha smentito non con un comunicato ufficiale le voci di vendita che erano state messe in circuito dal sito di Dagospia attribuendo a Sergio Marchionne la decisione «irrevocabile». Marchionne non è azionista di Juventus, ma l’ad della Fiat holding potrebbe avere espresso in tal senso un parere informativo e alcuni componenti della famiglia (nessuno dei quali è entrato nel cda) si sarebbero dimostrati favorevoli all’operazione. Costi economici non sostenibili, immagine irrimediabilmente macchiata, contratti pubblicitari e televisivi da ridiscutere, il mondo Juve è terremotato, senza che nessuno della proprietà prenda una posizione ufficiale, rigorosa sulla vicenda, senza che un solo membro dell’attuale nuovo management si esponga per rassicurare gli azionisti e i tifosi.
È la conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che dopo la scomparsa di Gianni e Umberto Agnelli e dei loro primi diretti eredi, alcuni pezzi del puzzle torinese, e non soltanto quelli relativi al club calcistico, si siano sbriciolati, smarriti o abbiano cambiato direzione, strategia e proprietà (basti per tutte la vendita per 30 milioni di euro a Perron Cabus e Brasso della Sestriere spa, con gli impianti della via Lattea, una fetta importante della storia degli Agnelli non certo per interessi mercantili, di core business ma, piuttosto, di affari di cuore «il Sestriere? Una combinazione di intuito, immaginazione poetica e buon senso», scrisse Gianni Agnelli non immaginando un futuro così orribile).
E così la Juventus, coinvolta e travolta dallo scandalo del calcio, oggi è un naufrago sulla zattera, non conosce il proprio destino, chiede aiuto e comprensione dopo aver respinto, con l’arroganza di sempre, qualunque suggerimento se non cortigiano. Si ritrova a fare i conti, finanziari e tecnici, tradita dai suoi ex amministratori, che vanno comunque a pagare il conto, giudiziario e mediatico, e da un professionista, l’allenatore Fabio Capello, che invece di affrontare l’emergenza, anche trasformando il proprio ruolo da tecnico a dirigente manager, secondo stile britannico di cui lui si dice conoscitore (!), ha preferito scendere dalla zattera e salire su un panfilo, come da repertorio di un furbastro marinaio che promette amore a ogni porto d’attracco.
Il nuovo cda del club non ha offerto per il momento dimostrazione di passione e affetto, non facendo nemmeno parte della tradizione subalpina, fatta eccezione appunto per i due Agnelli. Non si hanno notizie di John Elkann sull’argomento anche se le sue parole del 14 giugno scorso: «Il nuovo cda si insedia per fare chiarezza e dare stabilità e prospettive» sono in contrasto con i rumors di ieri. Lo stesso Luca Cordero di Montezemolo ha rinviato alla conclusione del processo sportivo qualunque commento sulla vicenda e sul futuro del club.
L’estate violenta non si concluderà soltanto con la sentenza dei giudici di Roma. A Torino si ha la sensazione che la storia della Juventus sia finita, o meglio, sia finita la storia di una Juventus, quella di cento anni di football, squadra amata e odiata dovunque e comunque, da sempre e non soltanto negli ultimi decenni. La Signora omicidi si è trasformata in Signora suicida. Adesso anche i parenti e affini sembrano partecipare alla cerimonia, senza fazzoletti e lacrime ma con il libretto degli assegni in mano. Fiat voluntas sua.