Voci, volti, sguardi dalle città dei matti

Una drammatica rassegna fotografica a Palazzo Magnani documenta la sofferenza dei manicomi

Cinquecento immagini che raccontano lo smarrimento, la solitudine, la paura, la perdita di sé. Documenti fotografici che testimoniano un secolo di dolore, di atrocità, di tenerezza. Fino al 22 gennaio nel Palazzo Magnani di Reggio Emilia e nel Palazzo dei Principi a Correggio, la mostra «Il volto della follia. Cent’anni di immagini del dolore» narra la vita vera all’interno degli ospedali psichiatrici italiani, dividendo il percorso in quattro sezioni: «Memorie della città dei matti», «I manicomi svelati», «Al di là delle mura, tra le persone» e «Prigioni e rifugi, nelle terre del mondo» (l’unica esposta a Correggio).
È Emilio Poli, ex guardarobiere dell’ospedale San Lazzaro di Reggio Emilia, ad aprire questo viaggio, con i suoi ritratti scattati nel 1892, al tempo del suo servizio. Volti di età diverse e, fra tutti, quello di una donna ancora giovane, scura di capelli, magnetica come un’attrice, bella come la protagonista di un romanzo d’appendice. La prima parte della mostra è dedicata al San Lazzaro, una piccola città di folli, un luogo che nel 1217 era un lebbrosario e che nel 1536 cominciò ad ospitare anche chi viveva la sua sofferente dimensione di sogno senza poterla incastrare nella realtà. Il fotografo Giuseppe Fantuzzi coglie attimi di quotidianità nella scuola di disegno, nella colonia agricola, in macelleria, nel laboratorio di tessitura, nella lavanderia a vapore, dentro l’officina dei fabbri, nel pastificio. Luoghi di lavoro e produzione che poi lasciano spazio a un bianco e nero drammatico che ferma l’immagine di un uomo bloccato a letto, mani e piedi legati. Tra muri scrostati dall’umidità, macchiati di respiro e sudore, le immagini restituiscono la nudità e il candore del popolo dei folli che abita vari ospedali psichiatrici italiani, da Udine a Napoli.
L’incontro tra fotografia e medicina è avvenuto alla fine del XIX secolo, voluto dallo psichiatra Augusto Tamburrini (1848-1919) proprio al San Lazzaro (dove passò anche il pittore Antonio Ligabue). Il viaggio in questa condizione umana sospesa tra il sublime e il baratro porta al volto intenso e sorpreso di Alda Merini, alle tre donne fuori dalle mura, che parlano sedute davanti al mare, all’uomo in un bar che si nasconde sotto la giacca infilata, chiusa e stretta sulla testa, fino a sembrare un tronco decapitato. Follia e anche gioco, leggerezza. C’è anche questo aspetto nella mostra di Reggio. Duplicità inevitabile, incontro fra l’atroce e la dolcezza. Poesia di corpi invadenti e invasi. Enormi, esili, capaci di passi che ricordano la migliore danza contemporanea, come i pazienti delle foto di Giordano Morganti.
E a Parma, nel 1984, Uliano Lucas fotografa un gruppo di «pazzi» sotto la scritta pubblicitaria «La verità è dolce». Enzo Cei ferma una carezza sulla bella testa di Alcamo, il cane presente alle messe, compagno dei matti. Immagini forti sono quelle degli ospiti del manicomio dell’isola greca di Leros, per anni luogo di tortura. Espressioni, facce, piedi, mani, bocche. «Il volto del matto non ammette trucco - scrive Vittorino Andreoli - è nudo come un bambino appena nato, è puro come il pube di una carmelitana scalza».