A Voghera fa paura il sangue dei vinti

Nel paese dell’Oltrepò affissa una targa per ricordare sei persone fucilate dai partigiani dopo la Liberazione E gli antifascisti in servizio permanente subito strillano. Sono passati 65 anni ma non depongono le armi dell’odio <br />

Se sessantacinque anni vi sembran pochi... Pochi, evidentemente, per un’equa valutazione della storia italiana recente, anche di quella più amara, com’è stata la guerra civile. C’è chi non vuole assolutamente mettere la parola fine alle lacerazioni interne, anche perché è su queste divisioni che ha campato e tutt’ora campa.
Notizia recentissima: il comune di Voghera autorizza l’affissione di una targa sulle mura del castello della città in ricordo di sei cittadini vogheresi fucilati nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione.
Qualcosa di strano? No, un doveroso atto di riconoscimento verso quei vinti che dopo la morte violenta sono stati misconosciuti, calunniati, condannati ad una perpetua «damnatio». Ma insorgono le prefiche dell’antifascismo in servizio permanente effettivo e gridano allo scandalo. Ugo Scagni, nato in provincia di Pavia nel 1931, storico locale della Resistenza, è il più indignato: «È una vigliaccata - strepita - dando il benestare a simili proposte si processa la Resistenza», mentre le varie associazioni (ormai formate per lo più da gente che con la Resistenza ha avuto poco a che fare, stante che i veri partigiani per ragioni anagrafiche ormai se ne sono quasi tutti andati) gli fanno il coro: «È uno scempio, uno scempio».
Ma chi erano questi fascisti fucilati senza processo il 13 maggio 1945? Erano sei militari, di cui tre giovanissimi, arruolati da pochi mesi, forse non c’era stato neppure il tempo di addestrarli all’uso delle armi. Luigi Albini aveva 17 anni, Sergio Montesanto ne aveva 21. Eugenio Quarto Vannutelli ne aveva soltanto sedici. Gli altri tre - Pierino Andreoni, Giuseppe Piccinini e Arnaldo Romanzi - ne avevano rispettivamente 48, 38 e 36.
Ma quattro di loro - Albini, Andreoni, Montesanto e Vannutelli - appartenevano al 2° Battaglione di polizia più noto col nome tedesco di Sicherheitspolizei perché alla diretta dipendenza del comando tedesco. A questi uomini - come conferma Arturo Conti presidente dell’Istituto Storico della Rsi - era affidato il cosiddetto «lavoro sporco», dai rastrellamenti all’esecuzione delle fucilazioni decise dal tribunale militare. E in una zona di scontri violenti fra le forze militari italo-tedesche e le formazioni partigiane come fu la provincia pavese, è ovvio che tra le fazioni divampasse l’odio. Anche perché il reparto, prima saldamente nelle mani del colonnello Alfieri, passò, dopo la sua morte in uno scontro con i partigiani, a un colonnello Fiorentini molto meno rigoroso nel reprimere eccessi e illegalità dei suoi uomini.
Ma tant’è: che si fossero resi colpevole di eccessi oppure no, sugli uomini della Sicherheits piombò la vendetta partigiana che colpì anche il milite della Gnr Piccinini e il capitano delle Brigate Nere Romanzi. Erano del luogo, ben conosciuti e forse, proprio perché sicuri della propria buona fede, non avevano neppure pensato a nascondersi, forse si erano addirittura consegnati.
Quale che sia stata la storia di ciascuno di loro, è certo che una lapide in ricordo di una fucilazione forse ingiusta è ancora indigesta per tutti coloro che non vogliono deporre le armi dell’odio civile. Ma i tempi cambiano velocemente (anche se loro non se ne accorgono).
Se il sindaco di Voghera, Carlo Barbieri, si difende sostenendo che la decisione era stata presa dalla giunta precedente, nella città di Arcevia, in provincia di Ancona, il comune aveva fatto togliere d’autorità dalla chiesetta di Madonna dei Monti una lapide apposta in ricordo di tredici cittadini (tutti civili, questa volta, e completamente innocenti) fucilati nel 1944 dai partigiani come spie fasciste.
Ebbene, il Tar di Ancona ha annullato l’ordinanza e autorizzato l’affissione della targa. È tempo di mandare in pensione la faziosità degli irriducibili.