Voglia di statuto speciale in 545 Comuni del nord

I paesi piemontesi, lombardi e veneti a ridosso delle Regioni a statuto
speciale si spopolano. E i sindaci, per fermare gli emigranti che
cercano tasse contenute e servizi efficienti, preparano una raffica di
referendum per cambiare i confini

Tre esempi che illustrano il problema nello specifico. Per comprare la prima casa: in Lombardia una giovane coppia chiede il mutuo e paga il 100% più gli interessi; se in Trentino paga solo il 55% del mutuo a tasso zero perché il 45% del mutuo e gli interessi glieli regala la Provincia. Per realizzare un capannone: un’azienda lombarda paga il 100%; un’azienda trentina paga solo il 40% perché il 60% glielo regala la Provincia. Scuola materna: nei piccoli Comuni lombardi la retta mensile è pari a 75 euro; nei piccoli Comuni trentini è pari a zero euro.

Qualche numero per inquadrare il fenomeno nelle sue linee generali: lo Stato aveva finanziato il Fondo di solidarietà per le aree disagiate e depresse con una dotazione triennale di 91 milioni di euro; nell’ultima versione della finanziaria i soldi di quel fondo si riducono del 70% e diventano 22 milioni. Per i Comuni del Nord, per lo più montani, che confinano con le Regioni a statuto speciale e con le Province autonome si tratta di un colpo durissimo. Che anticipa altri tagli inevitabili, come quelli che si aspettano i Comuni della montagna veneta, dato che la loro Regione concentrerà giustamente nella pianura colpita dall’ultima alluvione gli investimenti per la manutenzione del territorio. E già adesso: un Comune lombardo di 4.000 abitanti, ha un bilancio di circa 6 milioni; un Comune trentino con lo stesso numero di abitanti ha un bilancio di 24 milioni.
In sintesi, lo Stato taglia e la conseguenza è che i cittadini emigrano dove i tagli si fanno sentire di meno o per niente, dove il welfare funziona ancora bene. Ovvero nelle Regioni a statuto speciale e nelle Province autonome. I piemontesi in Val d’Aosta, i lombardi in Alto Adige e in Trentino e i veneti anche in Friuli-Venezia Giulia. E la conclusione di tutto questo è che i sindaci si sono decisi a «seguire» i cittadini, nel senso che non potendo spostare i Comuni intendono spostare i confini.

Dopodomani si ritrovano a Milano i rappresentanti di 545 Comuni confinanti con Trentino, Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Val d’Aosta, che in totale hanno circa due milioni di abitanti e sono pronti al referendum per chiedere la «secessione» da Piemonte, Lombardia e Veneto. I paesi direttamente confinanti, indicati nella cartina, sono 109.

«Sono già dieci i Comuni che chiedono ufficialmente il referendum di secessione e altri dieci Comuni li seguiranno entro un mese se non ci saranno risposte», avverte il vulcanico presidente dell’Associazione dei Comuni di confine con le Regioni e le Province autonome e dei Comuni frontalieri con la Svizzera (Asscomiconf) Marco Scalvini, a lungo sindaco di Bagolino, patria di quello straordinario formaggio che è il bagoss e del carnevale rinascimentale dei balarì e dei maschér. Ma anche Comune della Provincia di Brescia che guarda con grande invidia al limitrofo Comune di Storo, che si trova nella Provincia autonoma di Trento.

Per Scalvini, che tiene a sottolineare l’appartenenza al centrodestra sua e dell’80% dei sindaci di confine, quei venti municipi rappresentano una avanguardia dei «545 paesi che subiscono ogni anno l’esodo inarrestabile delle giovani coppie, delle aziende e delle intelligenze verso le ricche Regioni a statuto speciale e le Province autonome».

Si accalora Scalvini: «Da loro si pagano meno tasse e hai stipendi più alti con servizi sociali e pubblici garantiti e gratuiti. Di la c’è l’America e di qua l’Argentina. A noi rimane solo l’onere di chiudere asili, biblioteche e scuole, di vedere il lento invecchiamento delle nostre genti e la fuga delle partite Iva. A Bagolino in sette anni ne sono state chiuse 174, lo stesso numero di quelle riapparse nella vicina Storo». E ancora: «Siamo stufi di vincere la serie B e non poterci iscrivere alla serie A. Il taglio del Fondo di solidarietà è ingiusto: ciascuno deve concorrere alle esigenze della comunità in proporzione alle proprie capacità.

Ecco allora che «se lo Stato non ci considera, noi ce ne andiamo» minaccia il segretario generale dell’Asscomiconf, Nicola Adriano. «Intanto - spiega -, dieci Comuni piemontesi, lombardi e veneti il 25 novembre iniziano l’iter referendario previsto dalla legge e altri dieci il mese successivo e così via. In breve tempo, modificheremo tutti i confini di tutte le Regioni del Nord e dovranno rifare tutte le cartine geografiche e riscrivere i testi di scuola».