«Vogliamo andare a S. Giovanni» E sul Gay Pride è ancora scontro

La questura ritira l’autorizzazione: il corteo non arriverà in Laterano per non disturbare un concerto corale. I movimenti omosex: «Inaccettabile»

da Roma

Brutto risveglio per gli organizzatori del Gay Pride romano del prossimo 7 giugno. Al Circolo Mario Mieli sono caduti dalle nuvole quando, l’altra sera, durante un incontro al Comune di Roma, hanno appreso che la Questura aveva ritirato l’autorizzazione per far concludere la parata in piazza San Giovanni. «Una retromarcia ufficialmente motivata dalla concomitanza con un concerto corale nei Palazzi del Laterano», hanno denunciato gli organizzatori, lamentando il cambio di programma come una «provocazione» nei confronti dell’intero movimento omosex.
Eppure l’incontro con il sindaco Gianni Alemanno era andato molto bene. Alemanno aveva spiegato con franchezza perché il Comune aveva ritirato il patrocinio alla manifestazione, ma aveva anche ribadito con fermezza il «no» a qualsiasi discriminazione. Fatto che era stato salutato con favore dagli organizzatori. Poi, la tegola nell’incontro con i tecnici. E i rappresentanti della parata «stupiti e amareggiati» di fronte alla notizia che l’autorizzazione concessa l’11 aprile scorso era stata modificata. «Com’è possibile che a soli dieci giorni dalla parata abbiano deciso di negare un diritto riconosciuto dalla Costituzione? Che cosa c’entra il Pride con il Convegno clericale che si tiene all’interno della Basilica? Quali problemi di ordine pubblico potrebbero sorgere tra noi e le gerarchie ecclesiastiche?».
Agli alti lai delle associazioni romane «lgbt» (sigla che raggruppa il variegato mondo di lesbiche, gay, bisex e transgender), si sono unite molte delle forze politiche ormai poco o punto presenti in Parlamento. L’unica deputata omosex del Pd, Paola Concia, ha annunciato una tosta interrogazione per chiedere i motivi del repentino cambio. «Ho il sospetto che il motivo non sia di ordine pubblico, mi sembra una cosa studiata». L’ex suo collega Franco Grillini è dello stesso avviso e parla di decisione «d’imperio, inaccettabile e antidemocratica. Perché un anno fa sì e l’anno dopo no?». Hanno indirizzato i loro sospetti verso la Santa Sede i radicali Rita Bernardini, Marco Perduca e Sergio Rovasio: «Il divieto è inaccettabile, si potrebbe scorgere un profumo d’incenso per gratificare le gerarchie vaticane che, lo ricordiamo, non sono proprietarie della piazza».
Al ministro dell’Interno Roberto Maroni si appellano gli organizzatori, chiedendo che venga ripristinato il percorso già autorizzato l’11 aprile scorso. Ma non tutti i movimenti gay sono d’accordo a seguire la strada della legalità, e il coordinamento dell’associazione «Fare breccia» ha annunciato che in ogni caso «il movimento lgbt sfilerà comunque fino a piazza San Giovanni».