«Vogliamo crescere in Stati Uniti e Cina»

L’ad Gori: «Con la fabbrica in Romania ci rafforzeremo anche all’Est Europa. Ritorno in F1? Solo alle nostre condizioni»

Pierluigi Bonora

da Milano

Massima concentrazione nel core business di Pirelli, apertura a eventuali accordi industriali mirati, l’ampliamento dell’attività nei mercati internazionali, il nodo del ritorno nel circus della Formula 1. Francesco Gori, amministratore delegato di Pirelli Tyre, ha tracciato con il Giornale le linee essenziali del piano di sviluppo della società che il 5 luglio debutterà a Piazza Affari. «Negli ultimi anni - precisa Gori - l’azienda è cresciuta molto più del mercato, creando valore. Tutto questo è avvenuto con una Pirelli Pneumatici inserita in un gruppo ramificato su diverse attività industriali. Ora, con la quotazione, c’è la possibilità di valorizzare ulteriormente il business dei pneumatici, quello per cui Pirelli è nota nel mondo. E in questo senso va la denominazione Pirelli Tyre, un nome internazionale perché quasi il 90% delle nostre vendite avviene fuori Italia».
Su che cosa puntate di più?

«Su Usa e Cina dove siamo ancora all’inizio di un lungo cammino. Nel primo caso la sfida si basa soprattutto sul marketing e sulla conquista del cliente, mentre nel secondo dobbiamo tenere nel debito conto anche gli aspetti culturali e ambientali del Paese. Usa e Cina possono dare a Pirelli Tyre quella spinta necessaria che le potrebbe consentire di crescere di più del mercato».
Il piano di sviluppo triennale...
«Stiamo finalizzando la realizzazione di prodotti destinati a ricoprire un ruolo importante sul mercato. Avremo così pneumatici pensati appositamente per i clienti Usa: tra questi uno sarà concepito per coprire in modo adeguato il boom dei Suv. Inoltre continuiamo a investire una parte rilevante del fatturato e lavoriamo per rendere ancor più efficienti le fabbriche europee».
Come sono suddivise le vostre vendite?
«Per il 70% riguardano l’alto di gamma e per il 30% i mercati emergenti».
Sbarco in Borsa e situazione industriale del momento...
«La quotazione non poteva arrivare in un momento migliore. Stiamo gestendo due interessanti progetti frutto di altrettanti investimenti. Il primo è stato appena avviato, in Romania dove costruiremo una fabbrica che servirà in particolare l’Est Europa e non solo. Il secondo vede sempre protagonista la Cina. Nella provincia dello Shandong, a 9 mesi dall’avvio della produzione di pneumatici per camion, stiamo realizzando un altro sito destinato a produrre gomme hi-performance per Suv. Tutta la produzione cinese è destinata esclusivamente ai mercati asiatici».
Come procede il 2006?
«I dati del secondo trimestre li comunicheremo a luglio. Vorrei solo sottolineare che tra gennaio e marzo le vendite sono cresciute del 16%, superando per la prima volta il miliardo di fatturato».
Pronti a tornare in Formula 1?
«Siamo stati invitati a partecipare alle discussioni sullo pneumatico monogomma. Abbiamo dato la nostra disponibilità a parlarne, ma soltanto a certe condizioni».
Cioè?
«Abbiamo chiesto di valutare l’utilizzo di pneumatici ribassati, di 18 e non di 13 pollici. È una proposta complessa. Attendiamo a giorni una risposta; le chance, però, devo essere sincero, non sono molte perché la nostra richiesta imporrebbe una vera rivoluzione. Quindi, se accettare la sfida della F1 è per fare solo spettacolo, Pirelli Tyre non sarà della partita. A noi interessa innovare e contribuire al successo dell’azienda, cercando di dare il nostro meglio nel progettare e realizzare pneumatici con determinate specifiche utilizzabili anche per i clienti».
Puntate a salire di posizioni nella classifica dei produttori?
«La dimensione per noi non è basilare. È importante seguire la velocità che impone il mercato, soprattutto in termini di innovazione. La prova di quel che dico, poi, è nei fatti: se prendiamo, a esempio, i primi tre costruttori del ranking mondiale, per due di loro la dimensione non è stata determinante (Michelin e Goodyear, ndr). Siamo più piccoli, ma facciamo più profitti».
E le strategie di cooperazione?
«Quando si è quotati è più facile stabilire rapporti. Non siamo interessati ad acquisizioni, ma eventualmente ad accordi su singoli componenti ed elementi della catena. Già cooperiamo, per esempio, con Continental. Visto l’aumento dei prezzi delle materie prime, se un competitor mi propone di realizzare qualcosa nel “chemical”, perché non pensarci?».
Il capitolo stock option?
«C’è un piano ed è destinato a una popolazione ampia, ci sono bravi giovani da premiare».