«Vogliamo giocare al Ferraris»

E chi lo dice che non sta bene una pennellata di rosa anche in quel rettangolo tutto rossoblucerchiato? Loro hanno smentito tutti e pure quelli che il pallone lo vedono sempre dalla stessa angolazione. Perché hanno fatto un saltino, poi un altro, ancora più su. L’ultimo è stato l’estate scorsa, alle ragazze del Genoa Calcio Femminile hanno detto: si è liberato un posto, siete in serie B. Evviva il ripescaggio, ma che importa? Quella promozione la società l’aveva meritata già da tanto. Perché quando metti sudore, fatica e soldi in un’avventura così, ci finisci dentro soltanto per passione, tutto quello che arriva (ripescaggio compreso) è più che meritato. E allora, non vedi l’ora di giocare.
Nove ottobre, si inizia con il Livorno. Poi il big-match con la Juventus, a dicembre. Il presidente della squadra rossoblù Raffaele Macrì avrebbe anche una bella idea per questa partita. Giochiamola nel tempio, un bel premio per tutti gli sforzi. «Il sogno sarebbe quello di giocare a Marassi prima della gara del Genoa: ci piacerebbe tantissimo, in questo modo potremmo far conoscere ad una vastissima platea la nostra realtà». Che cresce, si moltiplica e si allarga ogni anno. «Puntiamo tantissimo sul settore giovanile, ormai siamo arrivati ad un centinaio di ragazzine. Siamo presenti a levante presso lo stadio Carlini, in Valbisagno e nel ponente nei campi di via dell’acciaio e Cornigliano dove si allena anche la prima squadra». Che gioca, invece, ad Arenzano. Dove scendeva in campo la Primavera (oggi Beretti) del Genoa. Un segno del gemellaggio. C’è collaborazione, prima del fischio d’inizio ci sarà la presentazione delle ragazze rossoblu, allenate da Giuseppe Aloe, e c’è la speranza di portare anche qualche giocatore di Giovanni Vavassori. Anche la storia dice che questo feeling ha qualcosa di unico. 1968, nasce il Genova Calcio Femminile. Che vince lo scudetto. Il primo. Da quell’anno, infatti, partiva ufficialmente un campionato femminile. «Anche noi, come il Genoa, siamo stati i primi a vincere il tricolore», continua Macrì. Poi, si riparte dal 1999. La società cambia nome, il progetto incomincia. Settore giovanile e un passo dopo l’altro ecco la serie B. Che significa certi costi (ottantamila euro all’anno, coperti grazie a diversi sponsor) e altre responsabilità (organizzazione di trasferte anche lontane, ad esempio si va in Sardegna). Ma va bene così.
Quest’anno si punta ad una tranquilla salvezza, dal prossimo, magari, a qualcosa di più. Intanto, in quel rettangolo tutto rossoblucerchiato, c’è anche un po’ di rosa che non guasta proprio.