«Vogliamo giustizia per la morte di Jean»

Il cugino del ragazzo ucciso a Londra: «La polizia ci mostri i filmati dove lui fugge nel metrò come un delinquente»

Gabriele Villa

nostro inviato a Londra

«Voglio vedere i filmati. La polizia deve mostrarmele quelle immagini di Jean che salta le barriere della biglietteria e si precipita per le scale del metrò come un delinquente in fuga». Sono le 10 del mattino, qui a Stockwell, ennesimo capolinea di una beffarda storia di disperazione, in un mondo alla deriva. C’è un pioggerellina fitta che bagna i riccioli neri di Alex. Ma lui, Alex Alves Pereira, 28 anni tra un paio di settimane, non ci fa caso. Stringe le spalle dentro quel giubbotto di nero che deve essere un po’ la sua coperta di Linus. E sembra ancora più minuto. Più incredulo. L’indirizzo che gli sta dietro le spalle, sigillato con il solito nastro adesivo bianco-azzurro dalla polizia, è Scotia road, Thule Hill. Grappoli di casette a tre piani , mattoni rossastri che non si scalderanno mai. Dignitose dimore di chi sta cercando ancora di trovare il bandolo di un’esistenza in salita. Ma che non ha nulla da rimproverarsi. Che non ha detonatori nascosti nell’armadio. Che non ha ragione per fuggire se non quella di vedersi inseguito senza una ragione. Da gente sconosciuta, che non indossa i panni di poliziotti.
È morto così, Jean Charles de Menezes, 27 anni brasiliano originario di Gonzaga ,nella valle do Rio Doce. Una fidanzata che gli scriveva da San Paolo, sul comodino la fotografia dei genitori Matosinhos Otoni da Silva, 66 anni, e Maria de Menezes, 50. Freddato con cinque colpi alla testa dagli agenti delle squadre speciali, che temevano stesse per farsi esplodere, provocando un'altra strage in una Londra con i nervi scoperti. «Non ci credo, non posso credere che sia andata come la polizia ha raccontato. Ma che razza di sospetti avrebbe mai potuto suscitare uno come mio cugino - racconta Alex -: certo, indossava un giaccone imbottito, perché noi brasiliani, qui a Londra, abbiamo sempre freddo. È un reato forse? In tasca aveva probabilmente qualche attrezzo di lavoro, dei cavi. E allora? Faceva l’elettricista, o meglio, era specializzato nella manutenzione degli impianti dall’allarme. Che cosa volete che si portasse addosso, dei libri?».
A dire il vero libri a casa, nel suo appartamentino di Scotia Road che divideva con le cugine Patricia e Vanessa, 22 e 21 anni, Jean ne aveva perché, spiega il cugino, «era arrivato due anni e mezzo fa da San Paolo: aveva deciso di imparare l’inglese alla Stanford school e di mantenersi gli studi con il lavoro di tecnico. Ma in verità lavorava, più che studiare, e il suo inglese lasciava proprio a desiderare. Era benvoluto da tutti - insiste Alex -: sapevano che veniva dalle favelas dove davvero ti sparano per un niente e la vita vale zero. Per questo Jean stava attento, era rimasto molto scosso dagli attentati tanto che voleva prendersi uno scooter per non andare più in metropolitana» .
Ora è un caso diplomatico, qui a Londra, quell’uccisione maledettamente sbagliata. Ieri una trentina di connazionali di Jean sono sfilati con cartelli di protesta davanti a Scotland Yard. Il ministro degli Esteri brasiliano Amorim è stato ricevuto in giornata al Foreign Office dal vice ministro,Triesman, dal quale ha preteso spiegazioni. E il premier Blair ha chiesto pubblicamente scusa per l’ accaduto.
«Io mi sono già fatto in queste ore un sacco di domande - dice Alex - e me le hanno fatte dal Brasile, ieri notte, la sua famiglia, i suoi amici. Noi vogliamo che sia fatta giustizia. Non ho idea di quale giustizia sto chiedendo, ma chi ha sbagliato deve essere punito. Perché? Ci devono spiegare perché gli hanno sparato. Non ci servono le scuse di Blair, della polizia e di tutti gli altri. Ci devono spiegare perché l’hanno pedinato fin da quando, venerdì mattina, è uscito da questa porta per andare a prendere l’autobus e raggiungere la stazione del metrò di Stockwell. Sapete quanto ci si mette da Scotia road alla fermata dal bus 2? Almeno cinque minuti, se si va di buon passo. Allora mi domando perché gli agenti non l’hanno bloccato, subito, in questo tragitto che costeggia i giardini. Perchè non hanno cercato di identificarlo, di capire chi realmente fosse. Che bisogno c’era di seguirlo fino al metrò. Mettendogli addosso una paura assurda, braccandolo?». I riccioli di Alex sono inzuppati di pioggia ormai. Mai lui continua a parlare. Continuerebbe a parlare e anche adesso che gli occhi si arrossano di pianto vorrebbe ripetere e ripetere che Jean era un ragazzo d’oro, generoso.