LA VOGLIAMO NOI

Italiani di tutto il mondo, unitevi. Il grande giorno è arrivato. È arrivato il giorno buono per cancellare l’astinenza durata ventiquattro anni e relegare finalmente nella soffitta di qualche almanacco le dolorose sconfitte di Pasadena (mondiale del ’94) e Rotterdam (europeo del 2000). Lasciarono cicatrici ancora visibili: nei filmati di repertorio Franco Baresi continua a piangere, nelle interviste di ordinanza Platini continua a prenderci amabilmente in giro. Delle tre, la Nazionale meno dotata e più discussa, con Totti, la sua musa, in crisi di ispirazione per una pedata assassina, giunge all’appuntamento storico con la madre di tutte le partite. Può capitare solo al capitano del Brasile Marcos Cafu o a un fenomeno come Zidane di riuscire a collezionarne due o più in carriera. I comuni mortali si fermano a una. Una nella vita e niente più. L’Italia socialista («equa distribuzione della fatica») di Lippi sbarca a Berlino, la città del grande peccato comunista cancellato oggi dalla ricostruzione firmata dall’architetto Piano, al culmine di una striscia esaltante di sei tappe, non tutte spettacolari, una più avvincente dell’altra. È la sesta finale della sua storia pluricentenaria. Le prime due si perdono nella notte dei tempi, le altre tre risultano raccolte nell’era recente di un calcio scattato in piedi nella notte di Madrid, 24 anni fa, con Pertini sul baldacchino d’onore del Bernabeu, al fianco di un re Juan Carlos letteralmente stregato dalla vitalità dell’arzillo Presidente. Molti di noi ebbero la fortuna di vivere, pigiati dentro una tribunetta-stampa, quella celebre domenica di luglio 1982. Ritrovarsi qui a Berlino, una figlia dopo, per lo stesso simbolico evento, produce un singolare effetto viagra: siamo tutti pimpanti a dispetto della fatica, delle ridotte ore di sonno e dei disagi provocati da una discutibile organizzazione, alberghi scalcinati sistemati in periferia.
La Francia di Zidane è come i gatti dalle nostre parti: hanno sette vite. Il recupero prodigioso della qualificazione durante il primo girone è merito quasi esclusivo dell’orgoglio dei vecchi campioni, giunti al capolinea di un ciclo senza pari: campioni del mondo nel ’98 a Parigi, due anni dopo, a Rotterdam, campioni d’Europa. I «migliori» come amano ripetere loro, scortati dall’immancabile puzza sotto il naso. Appena due i gol subiti dalla sua difesa: ecco il primo punto da cui bisogna muovere per valutare l’efficienza di una difesa che è pari a quella azzurra, celebrata dalla classifica Fifa. Contro Thuram e Gallas, due mastini autentici, è difficile trovare spazio e procurarsi opportunità. Non riuscì neanche a Ronaldo e Adriano, a Kakà malconcio e a Robinho. Sarebbe un clamoroso errore affrontarli in campo (...)