"Voglio vedere in facciachi sarà a tradirmi"

Berlusconi smentisce voci di dimissioni: "Avanti con le misure anticrisi, ma non sono attaccato alla cadrega"

RomaRoma-Milano-Roma. Nel giorno in cui secondo qualcuno si sarebbe dimesso Silvio Berlusconi non molla. E non cambia nemmeno le sue abitudini. Il lunedì c’è il rito dell’incontro familiare ad Arcore? Ebbene: perché mai cambiare l’agenda? La serenità si sottolinea anche così. E pazienza se quello che doveva esser un tranquillo pranzo familiare diventa una sorta di cantiere aperto, con persone che entrano e che escono. A tutti lui conferma l’intenzione di non fare passi indietro in attesa dello show down parlamentare di oggi. «Si vota il rendiconto della Camera quindi porrò la fiducia sulla lettera presentata alla Bce. Voglio vedere in faccia chi prova a tradirmi».
La giornata del premier inizia di buon’ora. Dopo la domenica a Palazzo Grazioli con i suoi fedelissimi in odore di bunker, dopo il vertice ad alta tensione della notte, alle 9.30 Berlusconi lascia la sua residenza romana per volare a Milano. Mentre è in viaggio inizia a circolare insistente la voce delle sue imminenti dimissioni. Ci pensano due giornalisti vicini al centrodestra, Giuliano Ferrara e Franco Bechis. Niente di vero. Berlusconi si affretta a smentire l’ammainabandiera. Affida inizialmente a Fabrizio Cicchitto una sorta di messaggio alla nazione: «Ho parlato poco fa con il presidente Berlusconi che mi ha detto che le voci sulle sue dimissioni sono destituite di fondamento», racconta il presidente dei deputati del Pdl attorno a mezzogiorno. Poco più tardi, alle 13.20, Berlusconi «posta» su Facebook lo stesso concetto, ma in prima persona: «Le voci di mie dimissioni sono destituite di ogni fondamento». E in poche ore la pagina del premier sul social network si riempie di commenti talvolta piuttosto acidi (erano 3623 alle 19) ma anche di 1968 «mi piace».
Sparecchiata la tavola politica da ogni illazione, Berlusconi apparecchia il desco per il pranzo con i figli Marina e Pier Silvio e con Fidèl Confalonieri, presidente di Mediaset. Sono ore intense a Villa San Martino, dove automobili dai vetri oscurati entrano ed escono. Nel quartier generale brianzolo del Cav ci sono sicuramente l’avvocato Niccolò Ghedini e il ministro per l’Attuazione del programma Gianfranco Rotondi. Poi verso le 15.30 spunta il ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli, reduce da un vertice leghista in via Bellerio. Calderoli secondo alcune fonti avrebbe chiesto al premier un passo indietro e un nuovo governo guidato da un altro esponente del Pdl, ma sull’argomento si apre un giallo. Il ministro del Carroccio smentisce la richiesta. Berlusconi comunque conferma anche a Calderoli: «Ho i numeri per andare avanti».
E va avanti anche il pomeriggio. Berlusconi si arrovella. Conta e riconta mentalmente i parlamentari che oggi dovranno metter mano alla plafoniera di Montecitorio, si appunta quelli di cui cercherà lo sguardo. Torna ai numeri: il concetto è quello esposto a Calderoli: «Abbiamo più volte superato il voto della Camera, anche con soli 297, avrei forse dovuto dimettermi ogni volta che la maggioranza non superava i 316 voti? L’opposizione non ha più voti in Parlamento dell’attuale maggioranza ed è quel che più conta». Poi l’intervento telefonico a un convegno a Monza: «Andiamo avanti - conferma - Se gli schemi parlamentari portassero a un ribaltone nel quale la sinistra va al governo non saremmo in democrazia». Andare avanti per fare «le riforme che l’Europa ci chiede». Compresa quella per cui «il premier in Italia deve avere lo stesso potere dei colleghi europei». Come «poter imporre una linea al ministro dell’Economia, altrimenti non è un premier». In serata il ritorno a Roma. Qui nuovi incontri. Nuovi vertici. Ma la stessa tranquilla fermezza. Almeno per qualche ora ancora.