Vogliono un altro Sessantotto

Il mito della piazza. La sinistra evoca l'autunno caldo per dimostrare che esiste ancora. Ma questo sfoggio di virilità non nasconde l'assenza di idee e di programmi. <a href="/a.pic1?ID=299322" target="_blank"><strong>E Bossi lancia l'allarme</strong></a>: l'opposizione sogna di tornare a 40 anni fa

Il messaggio lanciato ad amici e nemici è chiaro e semplice: è tornata la piazza. E con la piazza, questa è la deduzione non esattamente aristotelica, è tornata la sinistra. Quella vera, quella tosta, quella dei senza se e senza ma, quella che mette paura e che pur essendo costituzionalmente di lotta all'occasione può accollarsi l'onere d'essere anche di governo. A dare il via ai festeggiamenti per il ritorno della piazza fu Paolo Ferrero, segretario del clandestino partito della Rifondazione comunista. L'11 ottobre, a conclusione del corteo contro le politiche del governo Berlusconi dichiarò, con accenti tenorili: «Manifestazione riuscita al di là delle aspettative! È finita la ritirata dopo mesi di conflitti e congressi». Avrebbe potuto essere più sincero e ammettere che la ritirata era, anzi, è dovuta non alle beghe con Nichi Vendola quanto alla tremenda, definitiva batosta elettorale, ma il sacco comunista è quello e quella farina dà. Comunque sia, le parole di Ferrero hanno galvanizzato la sinistra in ritirata e larghi strati di quella in libera uscita e ora è tutto un festeggiare il ritorno alla piazza come strumento ideologico e dialettico, arma terribile nelle mani delle masse operaie e del proletariato urbano (cosa ne potranno fare, della piazza, i bambini delle elementari che hanno sfilato per salvare la scuola democratica minacciata dal grembiule classista è tutto da vedere. Si dia tempo al tempo).
Che la sinistra si sia storicamente appropriata della piazza facendola una cosa sua, è indubbio. Anche se la Marcia su Roma - che fu una marcia per convergere in una piazza, quella del Quirinale, niente di diverso delle marce per convergere, anni dopo, nella piazza di San Giovanni pavesata di bandiere rosse - consiglierebbe di andarci cauti nell'attribuire le primogeniture. Altrettanto indubbio è, però, che la piazza ha perduto molto del suo smalto e del potere intimidatorio. Un po' perché la si è inflazionata, un po' perché scavalcata dal popolo dei fax, dal popolo degli appelli, dal quello dei blog, da quello del girotondo, per non parlare delle piazze televisive, affollate come neanche Palmiro Togliatti se lo sognava. Che la sinistra-sinistra ne faccia dunque il tardo simbolo della propria identità e che con quella tenti di ringalluzzirsi, di uscire dalla ritirata è, per la sinistra medesima, un brutto segno. Perché significa ammettere di essere drammaticamente a corto di idee, di progetti, di programmi. Di politica. Significa riconoscere che non si può rifondare alcunché sulla polvere di una ideologia spazzata via dal vento della Storia. Ma siccome l'orgoglio di quella sinistra è pari alla sua incommensurabile saccenteria non si danno per vinti e si illudono di ritrovare una ragion d'essere, un ruolo politico in quanto signori delle masse. Scendono in piazza come lo sciupafemmine in disarmo assume il Viagra: per sentirsi, almeno per un'ultima volta, virilmente di sinistra.
Paolo Granzotto