Vogliono distruggere un valore

Abbiamo alle spalle una lunga stagione di mode culturali, costumi, tic e sciocchezzai – stagione dalla quale non siamo ancora usciti – che hanno ferocemente criticato, e talvolta, criminalizzato la famiglia e i suoi modelli, facendone una delle cause prime della corrente, presunta infelicità. Tutti i giovanotti renitenti al parroco e alla levatrice hanno sempre detto, al pari delle mangiatrici d’uomini d’un tempo, che «il matrimonio è la tomba dell’amore» e pare s’imponga, ormai, una sorta di famiglia allargata in cui ad esempio il secondo marito della prima lei vive con una che è stata anche la terza del suo papà e insieme a questi imprevedibili figuranti vivono mezze dozzine di bambini e ragazzi che si chiedono: chi siamo e da dove veniamo?
Anche la contestazione sessantottina ha sparato sulla famiglia ed è stato come un attacco alla Croce rossa, dato che da tempo immemorabile scrittori, filosofi, psicanalisti eccetera ecce«tera sostengono che la famiglia è «patogena», genera angoscia, complessi, manie compulsive e distilla veleni, oltre a fabbricare, talvolta, dei mostri. I telefoni di vario colore, dall’azzurro al rosa, istituzionalizzano i timori di conflitti che covano, possono covare, sotto la cenere del focolare familiare, completo di angelo. La sinistra ha sempre impegnato con particolare slancio l’arma della critica contro l’istituto familiare, riversando fiumi di presunto ridicolo sui tradizionalisti, i puritani, i teo-con, i cattolici tutti d’un pezzo, quelli che Dio, Patria e Famiglia, per non dire di quelli che tengono famiglia. Tutti i fautori delle rivoluzioni ipotizzabili, da quella sessuale a quella cambogiana, hanno deriso la famiglia, gabbia e tormento, fossa di serpenti, rifugio innominabile di vecchie zie, ricettacolo di cose di pessimo gusto, i cui muri usavano perfino mostrare uomini dalle facce rispettabili ornate di mustacchi. Via, via, al rogo, vade retro nonno!
Ma tutto cambia, non si riesce più ad abituarsi a nulla, nemmeno agli insulti. Adesso la sinistra ama la famiglia, predica la famiglia, fa di tutto per istituirla quando se ne presenti non dico l’opportunità, ma il peggior fumus. Vuole la famiglia per i gay, per le coppie di fatto, anche per molti che continuerebbero ad arrangiarsi in formale solitudine e che non vorrebbero rinunciare al profumo di trasgressione che avvolge le loro vite eccitanti.
Dietro questo ritorno di fiamma per la famiglia ci sono ragioni sostanzialmente economiche. In tempi difficili si cercano sicurezze, appoggi, reti protettive. È umano. Ma paradossalmente dietro questa voglia di chiamar tutto famiglia c’è sempre un antico e inconfessato desiderio di distruggerla. Se ogni sodalizio si chiama famiglia, la famiglia cessa di esistere, diventa una parola senza suono e senza significato, una fugace joint venture fra esseri indecisi a tutto.
Il pericolo del disordine concettuale, della follia diffusa viene creato dalla confusione del linguaggio. La famiglia, così com’è arrivata fino a noi, è quella delle antiche scritture, della Chiesa, ma anche di Cicerone, basata sull’unione di un uomo e di una donna, pronti a impegnarsi, a rischiare.
Se ci sono diritti economici e civili da rispettare, si proceda pure. Ma non si cambino le parole in tavola. Si lasci la famiglia ai conservatori, perfino ai reazionari, a quelli che parlano con le maiuscole. Lasciateci la gabbia dei tormenti e della memoria, ma non cambiate il vocabolario, altrimenti non riusciremo più a dire parole semplici come: mamma, papà, figlio, moglie.