Vogliono mandarci in galera

Cari lettori, è da un po’ che noi del Giornale, soprattutto per bocca del nostro direttore, vi promettiamo che non vi nasconderemo alcuna notizia, fosse anche sconveniente per qualche grosso papavero. Ebbene: siccome noi quell’impegno l’abbiamo preso e lo manterremo, preparatevi a venirci a trovare in galera.
È in galera, infatti, che ci spediranno. Nel silenzio più assoluto, e con la benedizione bipartisan di destra e sinistra, il nostro Parlamento si appresta a varare una legge che equipara non dico uno scoop, ma una semplice notizia di cronaca a una rapina, a un tentato stupro o al commercio di materiale pedopornografico. Il Ddl Mastella prevede il carcere da 6 mesi a 4 anni per chi pubblicherà, ad esempio, intercettazioni illecite; se invece si tratterà di intercettazioni lecite, la galera sarà una passeggiata: da 6 mesi a 3 anni.
Ma non è che al giornalista sarà proibito solo di far sapere. Sarà proibito pure di sapere. Infatti: anche se non li pubblicheremo, non potremo neppure vederli, gli «atti coperti dal segreto istruttorio». Basterà una sbirciatina tutta per noi, senza scrivere poi nulla, per una condanna alla galera «da 1 a 3 anni» (tale sarà la pena per la «visione abusiva»).
Non è il caso di addentrarci ulteriormente nei dettagli tecnici. Ma, cari lettori, sappiate questo: sappiate che quando la legge passerà - perché passerà, non c’è dubbio che passerà - i suoi padrini vestiranno i panni dei bravi tutori della privacy, diranno che finalmente basta spazzatura sui giornali e fango nel ventilatore, che grazie al cielo è finita con il tormentone sul vediamo chi è andato a letto con chi. Vi diranno così: mentendo. Perché con la nuova legge non si puniranno solo le notizie «che non hanno rilevanza penale e che sono attinenti alla sfera privata e sessuale», come tromboneggerà qualche garante: no, si puniranno con il carcere tutti gli «atti coperti dal segreto istruttorio», il che vuol dire che fino al rinvio a giudizio (di fatto fino all’inizio del processo pubblico) voi lettori non saprete più niente di niente. Fosse già in vigore la nuova legge, nessun giornale avrebbe potuto ancora scrivere della tragedia di Erba, o del sequestro sul lago d’Orta. Bisognava essere vicini di casa, per sapere qualcosa.
Ecco, cari lettori, il giornalismo che vi aspetta. Degli omicidi e delle stragi, dei bond tarocchi e delle scalate dei palazzinari, delle tangenti e del marcio del mondo dei vip saprete tutto con qualche annetto di ritardo. Se andrà bene: perché se non si beccheranno i colpevoli (cosa che accade molto spesso) non ci sarà neppure il processo. E allora sarà silenzio di tomba. Altro che Mussolini. Altro che la Pravda. Altro che l’Italia di Berlusconi che era tanto, ma tanto indietro quanto a libertà di stampa.
Mi rendo conto che la difesa della nostra categoria è un’impresa ardua. Noi giornalisti godiamo di pessima fama. In buona parte ce la siamo meritata. Siamo approssimativi, conformisti, voltagabbana e quando possiamo andare a scrocco ci andiamo. Però ci sono alcuni luoghi comuni che girano sul nostro conto e che sono (purtroppo) campati per aria. Ad esempio che chi fa il giornalista gira il mondo ed è sempre pieno di belle donne; ad esempio che guadagna tanto; ad esempio che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. Ma, soprattutto, non v’è luogo comune più infondato di quello secondo il quale il giornalista può distruggere una reputazione senza pagarne il dazio.
Eh no. Noi avremo tanti difetti, ma se c’è una categoria che paga i propri errori è quella dei giornalisti, e naturalmente anche dei loro editori. Siamo gli unici, ad esempio, a non poterci assicurare contro i rischi professionali, perché i nostri errori non sono considerati colpa ma dolo, e contro il dolo non ci si può assicurare. Ogni direttore responsabile sa quanto si paga ogni anno per cause civili nelle quali non ci si può neppure difendere, perché in sede civile il fatto che una notizia sia vera o falsa è ininfluente.
Quanto poi all’oggetto della legge che sta per passare, e cioè la pubblicazione di atti coperti dal segreto istruttorio, non v’è alcun dubbio che siamo sempre i soli a pagare. Fa ridere che nel nuovo Ddl si prevedano pene ancora più severe per i magistrati che passano certe notizie: lo sanno anche i bambini che non s’è mai visto un magistrato sotto inchiesta per violazione del segreto.
Andremo in galera? Dovesse capitarci, ci consoleremo pensando a Giovannino Guareschi, che in galera ci restò quattordici mesi. E proprio per le querele mossegli da due politici, ma guarda che coincidenza.
Michele Brambilla