Per voi, cari lettori, farei di tutto Ma non leggere Eco

Egregio dottor Granzotto, lei ebbe modo di parlare del mio libro sulla tragica morte di Ippolito Nievo. In quell’occasione, scrisse di trovarlo interessante. La ringrazio per quel lusinghiero giudizio. Ora mi trovo nell’imbarazzo di giudicare ciò che altri hanno definito plagio da parte di Umberto Eco quanto da lui scritto a proposito di Ippolito Nievo nel suo recente Il cimitero di Praga. In questo romanzo Eco dedica ben novanta pagine per riprendere interamente la mia tesi sulla morte non accidentale dello scrittore garibaldino. Eco da un giudizio negativo sul personaggio Nievo, definendolo un moscardino vanesio e fatuo, ma riprende in pieno la mia tesi che lo vuole vittima di un delitto, anzi vittima della Ragion di Stato. Non so se lei abbia letto il romanzo di Eco (io l’ho fatto e l’ho trovato prolisso e dispersivo, nonché incline a descrivere scene care ai guardoni e ai fanatici dell’esoterismo più depravato), ma nel caso che non lo avesse ancora fatto la pregherei di farlo e giudicare se il plagio (io adotterei, piuttosto, il termine contraffazione) ci sia o meno. Non voglio essere tanto presuntuoso da pensare di meritare il suo tempo e di sentirmi plagiato da Eco ma, data la notorietà del celeberrimo scrittore piemontese, ho la sensazione che lei si divertirà per questa mia provocazione e che non mancherà di darci le sue argute e calibrate riflessioni.
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Per voi lettori io sono pronto a qualunque sacrificio, caro Glori. A sorbirmi la Bindi e la Serracchiani, a star dietro al clan di Val Cannuta, a leggermi Repubblica e L’Unità, a slogarmi la mascella per gli sbadigli quando mi toccano le lenzuolate di un Eugenio Scalfari o d’una madamin Spinelli Barbara, ad ascoltare gli sgangherati concioni di Antonio Di Pietro, a sorbirmi almeno una volta l’anno o Santoro o Fazio o quel Ridolini di Floris. Però, Eco no. Non mi chieda di leggere Eco e meno che mai il suo recente centone. Mi fido di lei, caro Glori: le credo sulla parola. Eco - lo dico essendomi purtroppo sorbito Baudolino, 526 pagine per raccontare questa storia: Baudolino va alla busca del Graal. Baudolino non lo trova. Baudolino torna a casa - sarà anche l’intellettuale più noto in Italia, isole comprese, ma se un suo libro ti casca sul piede te lo spappola, per dire quanto sono pesanti i suoi mattoni. Che per farcire la sua ultima mattonata abbia attinto a La tragica morte di Ippolito Nievo, il suo bel libro, caro Glori, non mi sorprende. Lei ha gettato una luce nuova sull’inopinato naufragio del vapore «Ercole» nel corso del quale perì Ippolito Nievo - intendente, cioè ufficiale pagatore dei Mille di Peppino Garibaldi - e scomparvero negli abissi le prove di un consistente finanziamento in piastre d’oro fornite dall’Inghilterra e le «pezze d’appoggio» dei versamenti a alti ufficiali dell’esercito e della marina borbonica i quali, così ben foraggiati, consentirono alle camice rosse di procedere pressoché indisturbati fino a Messina, passare lo Stretto e rimontare la Penisola. Tutte cose che ovviamente né Londra né Torino desideravano fossero rese note. Un ghiottissimo materiale che non poteva non stuzzicare la curiosità del noto autore di fogliettoni parastorici e lei caro Glori dovrebbe sentirsi orgoglioso d’averlo, diciamo così, ispirato. Il guaio è che Eco ha voluto metterci del suo ecocizzando - sinonimo di rendere fasullo - la figura di Nievo tratteggiandolo quale un «moscardino vanesio e fatuo». Segno che dello scrittore garibaldino non sa nulla o, peggio, non ha capito nulla. Se Eco fosse uno storico sarebbe grave, ma siccome è solo, sia detto con rispetto ed anzi, con considerazione, un contastorie farabolano, amen. Tanto La tragica morte di Ippolito Nievo è libro che per il rigore dell’indagine seguiterà a far testo, mentre del pastrocchio Il cimitero di Praga si perderà presto, molto presto, quasi subito, la memoria.
Paolo Granzotto