«Vola» il «Barbiere» di Ronconi & Gatti

Entusiasma la messinscena «folle» con una regia e un podio da applausi, le invenzioni di Gae Aulenti e interpreti eccellenti

Paolo Scotti

da Pesaro

Il Barbiere che va gambe all’aria. Letteralmente. Perché non solo fa saltare tutte le convenzioni; ma proprio fisicamente «vola». Ecco come sarà ricordato lo spettacolo più atteso, più applaudito del Rossini Opera Festival 2005: il Barbiere di Siviglia «volante» che la regia di Luca Ronconi ha sollevato all’originalità più inattesa, e la direzione di Daniele Gatti ai più alti livelli musicali. E non poteva che presentarsi così, il Barbiere, al festival nato proprio per dimostrare che Rossini «non è solo l’autore del Barbiere»: nella forma più lontana dalla pesante tradizione di farsa grossier cui per decenni è rimasto ancorato. E a cui, pure, questo spettacolo rende fin dall’inizio affettuoso omaggio, quando il pubblico, entrando in sala, invece della solita Siviglia colorata trova un grigio studio di registrazione, dove i cantanti sbarcano da un moderno furgoncino per studiare il vecchio film d’un Barbiere d’epoca.
Che sarà tutt’altra cosa, lo si capisce subito. Tanto per cominciare: niente Spagna d’ordinanza, via nacchere o mantiglie, i cantanti in abiti moderni anni 40 (solo Almaviva, destinato però a travestirsi, è un cicisbeo settecentesco). E poi, come per dar corpo all’irresistibile «follia» della musica, nonché al puro godimento che può derivarne sganciandola da ogni realismo, le mirabolanti invenzioni scenografiche di Gae Aulenti fanno «volare» lo spettacolo: le proporzioni sono ribaltate (la cabina di regia è verticale e il tecnico del suono vi cammina a testa in giù; i mobili appesi al soffitto invece che posati sul pavimento); i cantanti cantano sospesi a mezz’aria le celebri arie (così Almaviva con la serenata o Basilio con la Calunnia); dall’alto continuamente calano gli oggetti-simbolo dei momenti arcinoti ed amatissimi (le monete di All’idea di quel metallo, la divisa da soldato per Ehi, di casa!, la grancassa per Come un colpo di cannone). Perfino l’ubriachezza del conte è resa visivamente dall’oscillazione di tavoli, armadi, sedie. Lungi dal risultare solo una gratuita bizzarria, questa trovata ha un formidabile potere di «straniamento» e - per conseguenza - d’ironia. Non basta: va meravigliosamente a braccetto con la musica, perché ne interpreta col movimento «folle» la sfrenata «follia». E si può immaginare come, una volta liberato il gioco, ne approfitti un giocatore di genio come Ronconi. Ecco allora l’insegna della bottega di Figaro diventare una «luminosa» stile Broadway, ecco l’avido Basilio fare il suo ingresso dentro un frigorifero, o il conte travestito da prete addirittura in un confessionale. Non tutto funziona, naturalmente: per evitare la tradizione, ad esempio, l’indiavolato finale primo (di solito afflitto da insopportabili mosse e mossettine) viene totalmente immobilizzato, mortificandone un po’ il brio. Ma si tratta di inezie. Non tali da inficiare la qualità impareggiabile d’una regia superiore. E meno che mai da giustifcare pochi dissensi, in mezzo alle dilaganti ovazioni finali.
Questo Barbiere non sarà però ricordato come «il» Barbiere di Pesaro, senza le eccezionale performance dei suoi interpreti. Quella dello smagliante direttore Daniele Gatti, innanzitutto. E, in trascinante gara di bravura, di quattro interpreti ideali: l’incantevole Joyce Didonato (Rosina), il robusto Dalibor Jenis (Figaro), il misurato Bruno De Simone (Bartolo). Trionfo generale che ha toccato il delirio grazie a Juan Diego Florez, Almaviva che sarebbe piaciuto a Rossini in persona.