Vola l’export cinese: l’Europa prepara la guerra allo yuan

da Milano

Al G7 di venerdì prossimo a Washington, l’Europa avrà un motivo in più per far pressione sulla Cina affinché risolva gli squilibri di un’economia «drogata» da esportazioni agevolate da uno yuan tenuto artificiosamente basso. I conti, infatti, continuano a non tornare: l’avanzo commerciale cinese è cresciuto in settembre del 56%, a 23,9 miliardi di dollari, rispetto allo stesso mese dello scorso anno; e nei primi nove mesi, il surplus, pari a 185 miliardi, ha già superato l’attivo dell’intero 2006.
È da tempo che i governi occidentali lamentano l’eccessiva lentezza con cui l’ex Impero Celeste sta procedendo alla rimozione di quella sorta di dumping valutario che garantisce ai prodotti made in China un enorme vantaggio competitivo. «La Cina deve lasciare che la sua moneta si apprezzi più velocemente di quanto avvenuto finora», ha ribadito ieri il vicesegretario Usa al Tesoro, Robert Kimmitt. Da Oriente la replica questa volta non è arrivata, ma l’opinione cinese sull’argomento è nota: l’apprezzamento dello yuan richiede gradualità. Dunque, più tempo. Certo un nuovo aumento dei tassi, assai probabile, non servirà a sciogliere il nodo, né risolverà le preoccupazioni del Vecchio continente che, secondo gli ultimi dati disponibili, ha dovuto sopportare nei primi cinque mesi una crescita delle importazioni cinesi del 20%.
Ecco perché, seppur spaccata sul super euro, l’Europa dovrebbe presentarsi a Washington perfettamente coesa sulla questione Cina, messa lunedì scorso dai ministri delle Finanze Ue al primo posto nella scaletta delle priorità. «Primo la Cina, secondo il dollaro, terzo lo yen», aveva sintetizzato il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, che a fine anno farà visita alle autorità cinesi insieme con il presidente della Bce, Trichet, e con il commissario Almunia. Secondo il Sole 24Ore-Radiocor, in un documento riservato preparato per la riunione di Lussemburgo, la Commissione europea lamenta la mancanza di indicazioni da parte di Pechino di voler rivalutare lo yuan velocemente. Bruxelles, tuttavia, marca stretto anche gli Usa: «C’è il rischio che l’onere di un possibile ulteriore deprezzamento del dollaro continui a ricadere sull’euro in misura sproporzionata». Ce n’è anche per il Giappone, sollecitato ad alzare i tassi in modo da ridurre il differenziale con Usa ed Europa e irrobustire lo yen.