Volevano far saltare l’aeroporto di New York

«Se facciamo saltare il JFK, ragazzi, altro che Torri Gemelle! Faremo piangere tutti gli Stati Uniti. Sarà come ammazzare per la seconda volta il vecchio presidente Kennedy, che per gli americani è un totem intoccabile. Ma quel che più conta è che spezzeremo la schiena all'economia americana per un bel pezzo».
Erano questi, all'ingrosso, i discorsi che Russell Defreitas, cittadino Usa nativo della Guyana ed ex dipendente del grande scalo aeroportuale newyorkese intitolato a John Fitzgerald Kennedy, faceva al telefono ai suoi accoliti che vagheggiavano di ritagliarsi una posizione di rilievo nel pantheon di Al Qaida. L'Fbi ne ha bloccati quattro, ma par di capire che qualcuno manca ancora all'appello. Fra gli arrestati c'è anche un ex deputato al Parlamento della Guyana, tal Abdul Kadir. Anche Abdel Nur, un altro dei fermati, è della Guyana, mentre il quarto «aspirante» terrorista, Karim Ibrahim, è di Trinidad e Tobago.
L'idea, nata all'inizio del 2006, quando cominciarono le intercettazioni sull'utenza telefonica di Defreitas, era quella di far saltare i depositi di carburante dell'aeroporto provocando un macello che avrebbe lasciato «ben pochi superstiti», stando alle chiacchiere dei quattro. Quanto agli effetti di un simile attentato, il gruppo americo-antillano non aveva fatto male i suoi conti. Le linee di rifornimento che servono il JFK (1000 voli al giorno, 45 milioni di passeggeri trasportati, un milione e mezzo di tonnellate di merci in transito) sono quelle della Buckeye Pipeline, che convoglia carburante in Pennsylvania, New Jersey, Staten Island, Brooklyn e Queens.
Il progetto, a quanto pare, era ancora in fase di gestazione. Il gruppo non aveva né armi né esplosivi, ma si stava attrezzando alla bisogna. Gli uomini di Mark Mershon, capo della sede newyorchese dell'Fbi, non gliene hanno dato il tempo. «Era un gruppo di gente piuttosto pericolosa e determinata - ha detto Mershon, raccontando i dettagli dell'operazione - e stava lavorando con assiduità al progetto». Due degli incriminati, Abdul Kadir e Karim Ibrahim, sono già in carcere a Trinidad, in attesa di estradizione. Legati a un'organizzazione terroristica isolana, la Jamaat al Muslimeen, i due sono sospettati di aver preso parte a un sanguinoso attentato compiuto sull'isola caraibica nel 1990.
A giudicare dall'ingenuità del quartetto, che ignorava di essere sotto schiaffo da parte dell'Fbi e cianciava al telefono di esplosioni, morti a migliaia e di sfracelli terrificanti, si direbbe che siamo di fronte a degli amateurs, come in inglese si chiamano i dilettanti, piuttosto che a terroristi veri. Gente suggestionata dal verbo di Al Qaida che frequenta i siti dedicati alla jihad e dotata di un discreto livello di istruzione. Quel che preoccupa gli investigatori americani, piuttosto, è il legame con l'area caraibica, che pare diventata (Trinidad ne è un esempio) un bacino di reclutamento finora poco conosciuto e indagato.
L'altro fenomeno inquietante è il gradiente di emulazione che episodi del genere sono capaci di innescare. In California, anni addietro, è già stato sventato un attentato contro lo scalo di Los Angeles, mentre in Florida è stata sgominata una gang di afro-americani che aveva digerito male una serie di telefilm d'azione e si era ribattezzata «Miami Seven». Dilettanti allo sbaraglio, il più delle volte. Ma lo erano, molti ricorderanno, anche i quattro anglo-pakistani che nell'estate del 2005 fecero saltare il metrò di Londra.
Luciano Gulli