«Volevano fare di me un kamikaze Dicevano: così andrai in paradiso»

Il racconto di un giovane musulmano, avvicinato da alcuni estremisti quando aveva solo 14 anni per «immolarsi» in nome della Jihad. «Ho detto di no perché mio padre mi aveva insegnato il valore della vita»

Luciano Gulli

nostro inviato a Londra

«Le loro parole, quel certo modo di argomentare che avevano, pacato e convincente, mi aveva oggettivamente suggestionato. Ma quando mi resi conto che volevano fare di me un kamikaze ebbi un vuoto allo stomaco». Muhammed Yusuf ha oggi 18 anni, ma l'incontro con quei due uomini barbuti, avvenuto quattro anni fa, se lo ricorda come fosse accaduto ieri. «Mi dicevano: andrai dritto in Paradiso. Tutti i dispiaceri, le angustie della vita terrena spariranno in un lampo. E tu sarai circondato da 70 vergini che ti ospiteranno in ambienti ricoperti di perle e diamanti, dove neppure gli angeli avranno accesso». Muhammed (il nome naturalmente è falso, per evidenti ragioni di sicurezza) alla fine declinò l'invito, e ora è qui a raccontare la sua storia al Daily Mirror.
Come tutti i quattordicenni, Muhammed era un ragazzino un po' naïf e un po' idealista. La morte improvvisa del padre lo aveva gettato nello sconforto, riavvicinandolo alla fede. «Avevo cominciato a frequentare la moschea (un luogo di culto a nord di Londra, ndr) regolarmente, andando a tutte e cinque le preghiere della giornata a partire da quella delle 6. Insomma mi conoscevano bene. Fu dopo una conferenza, alla quale avevano preso parte molti fratelli provenienti da ogni parte del Paese che fui avvicinato da due uomini barbuti. Si presentarono solo col loro nome, dicendo che non erano di Londra. Io non capivo perché erano così interessati a me, ma al momento non me lo chiesi. Erano due fratelli, come gli altri. Nei giorni seguenti li rividi alla moschea. Io pregavo, recitavo i miei versetti del Corano, e loro mi guardavano. Qualcuno mi raccontò perfino che si erano informati, su di me e sui miei familiari, ma ancora non capivo».
Il momento clou avvenne qualche tempo dopo, in un appartamento dove si era svolta una riunione. «Dopo che tutti se ne erano andati - continua il racconto del ragazzo, che secondo il Mirror è già stato portato all'attenzione degli inquirenti - i due mi si avvicinarono, chiedendomi se non ero arrabbiato per il modo in cui l'Occidente perseguitava la Ummah, la nazione islamica. Poi misero su delle cassette video, in cui si vedevano combattenti ceceni ammazzati a sangue freddo dai soldati russi. Vedi cosa stanno facendo ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, mi incalzavano, mentre sul video scorrevano altre immagini di palestinesi e iracheni uccisi».
Oggi, rievocando quell'incontro, Muhammed capisce di essere stato vicino a compiere un passo falso. «Ero giovane, malleabile, e il dolore per la perdita di mio padre mi aveva psicologicamente indebolito. È su questo stato d'animo che i due puntavano. Avevo mai pensato al suicidio? chiedevano. Non mi sarebbe piaciuto porre fine a un'esistenza di pena e di dolore? E se la mia morte fosse stata offerta alla causa dell'Islam? Pensa alla gratitudine che te ne verrà per l'eternità. Pensa che presto potresti rivedere tuo padre». La storia si chiude qui, con Muhammed che dice: no grazie. «Mio padre mi aveva insegnato il valore della preghiera e ad apprezzare la vita. Non avrei potuto mai ammazzare il mio prossimo». Quanti, come Muhammed, sono invece caduti nella rete delle sirene barbute?